Lapis and Notes



Lapis and Notes


Post Scriptum:

Welcome.
(To the Jungle).

"Gli svedesi hanno capito quello che la Scavolini ancora no. Ovvero. Che la gente comune ha 40 mt quadri per farci stare un letto, una cucina e un water. E ha sempre sognato la penisola. Poi si è ridimensionata, nel momento in cui ha realizzato un fatto.
Che i sogni si pagano al metro quadro".







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giovedì 19 maggio 2016

Everyday i write the book. (Come cantava il buon Elvis Costello)


Alle volte ho un rapporto poco sincero con la verità. Me la racconto molto più spesso di quanto creda. E' che le mie difese, con l'esperienza, con l'età anche, sono diventate padrone indiscusse di nodi lontani, di vicende passate e mai elaborate, delle caratteristiche imbottigliate in ciclici eventi all life long.

Dal successo che riscuotono, le serie tv credo possano essere paragonate ad una stramba forma di psicoterapia personale. Da autodidatti. Placano agitazioni, dolori, creano una immedesimazione nello scorrere della vita. Una specie di dopamina per il cervello e prozac per il cuore.

La cosa più difficile del dolore emotivo è la gestione della non consapevolezza del momento della sua cessazione. Cioè, per intenderci, sai che finisce - perchè finisce - hai già provato. Sì. Ma senza sapere quando.
Allora ecco che fai delle proiezioni, calcoli con un logaritmo, con le pivot o con una equazione complessa una assurda previsione di arco temporale, considerando tutti i fattori in gioco: il contesto, il supporto esterno, la capacità di accettazione senza fuga, le tue risorse, quella pulita resilienza che tiri fuori dal cilindro in queste speciali occasioni.
L'incoerenza intrinseca, quasi tragicomica, sta nel fatto che quando finirà dipende solo da te (e questo lo sai benissimo, ma ci si crogiola così bene nel dolore. Ci si riposa da matti).
Vietate deleghe, rimpiazzi, fughe, sostituzioni, rinvii a data da destinarsi, negazioni, trasferimenti ad altro domicilio.
C'è solo un fatto, limpido, chiaro. Sei solo tu che decidi quando vuoi stare bene con il tuo cuore. E spesso accade dopo un bel po' di tempo, quando tocchi il fondo, Quando arrivi giù giù, che di più c'è l'epicentro della terra (o la Cina, come nei cartoni animati).
E' la quantità di potere che conferiamo alle situazioni e alle persone, identificandoci con esse, che lo rende reale, tangibile. I dati che abbiamo a disposizione raramente sono oggettivi (escluso l'indice Nasdaq, il cambio euro/dollaro, la formula per calcolare l'ipotenusa di un triangolo e la teoria della relatività, ecco, quell'ordine di cose lì e basta).

A volere crescere succede che si scopre una gran cosa.
La fragilità. (E' una gran cosa perchè finalmente ti fai due cazzo di domande giuste. O, perlomeno, un tentativo pertinente)
Arriva, in modo definitivo, repentino e improvviso.
Mica da adolescenti, no. Lì si è invincibili, forti. Immortali.
E' a crescere che si scopre il lato oscuro, quella dimensione tanto nascosta quanto primordiale, parte costitutiva dell'antropologia dell'essere.
E' il mondo della solitudine, delle difficoltà relazionali e della complessità lavorativa, della paura che i tuoi strumenti possano non bastare, i conti mai chiusi con stanchezza, malinconia, rabbia, dolore, frustrazione, nostalgia. Del dover lasciare, o del restare senza.

Capire che le situazioni che non si possono cambiare sono da accettare. Che le situazioni e le persone che ci tormentano così tanto smettono di farlo solo nel momento in cui le lasciamo andare al loro corso, alla loro vita, pensando erroneamente di soccombere. Invece, è l'unico modo per essere liberi.
Da grandi si diventa fragili perché i ricordi preziosi sono di più e hai paura di dimenticarne un po', di perderti dei pezzi e anche perché le sfide si affrontano da soli, come sempre d'altra parte, ma più da soli del solito.
Da grandi è necessario convivere con le incoerenze anche, con le bassezze che fanno capolino ne giardino dei grandi valori su cui stai tentando di costruire la tua vita con coraggio, fatica e dedizione.

Pensavo questo mentre ascoltavo
Everyday I Write The Book/ Elvis Costello






venerdì 25 settembre 2015

Complicati Puzzle Tardivi.

A lasciare che il tempo scorra, e a guardare bene di lasciarlo scorrere senza porre troppo l'attenzione, senza fretta, senza ansia o aspettativa che sia, senza anticipazioni, ecco.
Ecco che arriva, lei, la rivelazione.

Mi spiego meglio.
Provo a spiegare questa osservazione che mi è capitata di intuire ripensando ad un po' di personali faccende sentimentali/professionali del mio passato prossimo e remoto.

A lasciare che la vita accada, che il tempo scorra, resto affascinata da quello che sarà il risultato finale di una particolare situazione (comunque sempre un risultato passibile di continua evoluzione, quindi sempre in divenire). A partire da un/a collega stronzo/a che vorresti non avere vicino, da una storia d'amore che hai vissuto troppo o che proprio non ti è permesso di vivere. Da una ingiustizia che vorresti non sapere, non ci fosse mai stata, dai segreti tuoi e di altre persone che custodisci gelosamente nel tuo cuore.
Ogni situazione, a lasciarla andare come crede, prende strade inaspettate. Resto continuamente affascinata dal rivelarsi delle segrete connivenze della vita. Ogni elemento trova il suo incastro perfetto che poco tempo prima sembrava non esistere. Ogni cosa cambia in modo repentino, il dolore passa, si trasforma. Ogni pezzetto che sembra inizialmente ingiusto, sbagliato, incomprensibile, doloroso o particolarmente brutto (dal mio arbitrario punto di vista), grazie al lungimirante savoir faire del destino trova la sua ragione di esistere. Costruendo e ricostruendo ogni volta una nuova immagine, un nuovo contesto che non avevo non solo previsto, ma nemmeno lontanamente immaginato.
Siamo troppo immersi nel qui e ora, nel presente, per guardarsi dall'alto, E riderne, alle volte.

E' solo con l'età, con il diventare grande, prendendo dimestichezza con lei (la Vita) - senza mai riuscirci troppo bene poi - ho capito che tutto (o quasi) trova un senso, un insegnamento. Ma solo "DOPO"*.
E se ancora non sono riuscita a capirlo significa semplicemente che è troppo presto. E devo capire anche che quella fretta che le cose accadano o no è meglio che impari a mettermela via. Ché io non so proprio un cazzo del progetto.

Ogni volta che ho pensato, imprecando gli dei, a quanto fosse ingiusta la vita, poi ho guardato l'intera trama a distanza di tempo, e ho capito che mi aveva in un qualche suo modo strano salvata da un danno maggiore. Ogni volta che vedo qualcuno che ho amato e mi ha abbandonata, non scegliendomi, o qualcuno che ho abbandonato, non scegliendolo, poi aspetto. E capisco.
Come se, improvvisamente, arrivasse una repentina soluzione, come se si dispiegasse la storia mettendo tutti gli elementi in ordine e tutti i passaggi parziali arrivassero a creare un disegno.
Per farmi capire le fortune, gli errori, le cose da imparare, le cose che servono per diventare donna  con soddisfazione di myself, senza troppi rimproveri o sensi di colpa.

E tra le cose che ho da imparare c'è proprio questa qui.
Non avere fretta che la vita accada, lasciarla fare, rispettandone i suoi personalissimi tempi e fidandosi delle sue decisioni.
Anche quando fa così incazzare, così stare male. Quando non sono d'accordo con lei, quando uccide di malinconia  e di non-sense, quando manca da morire qualcuno, quando vorrei fosse sempre estate.

(Quanto mancherà prima che io diventi un Buddha, oppure, in alternativa, un uomo figo, ricco e superdotato?)

* DOPO: avverbio di tempo abbastanza generico che potrebbe voler dire secondi, ore, giorni, mesi, anni, lustri, secoli o ere geologiche. Purtroppo non è dato a priori e non sempre la soluzione ci è dato sapere per questioni fisiologiche di caduco soggiorno umano sul globo terrestre.


Questo imbrunire alle 19 credo abbia una vaga incidenza negativa sul mio umore e sulla mia stabilità mentale.





venerdì 28 agosto 2015

Motivazioni tangibili di tristezze cosmiche. (Ending summer edition)

Quando arriva il 15 di agosto va ancora tutto bene, si dai. Ancora siamo in estate. Ma si, dai. Eh. Le giornate sono ancora lung... Eh. Insomma. Fa buio alle 19.30. Ah, vedo. Niente. Prendo il maglioncino la sera. 
Vabbè, ci sono ancora un po di settimane vero prima dell' avvento del paludoso Regno della Transilvania? Beh, si. Mah. Si dai, Speriamo. 
Però. C'è un grosso però. Inizia la Festa del Pd. 
Ti prego no eh, Ligabue anche quest'anno poi no. Ha stracciato i coglioni. Non ce la posso fare. E ti prego basta anche Gem Boy + Cristina che hanno tutti rispettivamente 70 anni per gamba - anche se lei si trucca ancora come una teenager di Cioe'. 
E basta Giacobazzi che da 5 anni fa le stesse gag sulla riviera romagnola.
Speriamo vada in porto quella faccenda del Bring Lollapalooza to Campovolo, anche se io sono un po scettica a riguardo, a dire il vero. Non vorrei che Farrell mi avesse un tantino illusa a riguardo. (Certo che un po di gruppi ROCK con la R grossa ce li meriteremmo eh, che' intercorre un lustro dalla data reggiana degli U2. E per  una volta ci farebbero andare in bicicletta, abbuonando i 200 km Reggio Emilia, piazze Marconi - Assago, Mediolanum forum).
Però. Ancora.
Iniziano i sudori freddi, sento che si sta avvicinando. Vabbè dai, che sarà mai? Oddio. sta arrivando, vedo già le transenne in preparazione e i cartelli di divieto di transito in corso Garibaldi. Con conseguente intaso perenne della circonvallazione - che raggiungerebbe livelli topici nell'eventualità macchiavellica di concomitanza con Grissin Bon in casa. 
Ecco. La sento. È' alle porte. Con gli stessi banchetti dal 1993. Vendono ancora il braccialetto che avevo in una vecchia polaroid di Riccione, a 11 anni. Vendono ancora il set di coltelli con relativa dimostrazione e il set di panni pelle di daino per la casa (che poi invece mio padre teneva in macchina per i vetri, imitando un po' carlo Verdone in bianco rosso e Verdone). E' maledetta, sempre lei. Con quel profumo di caramello misto peruviano/incenso. Attaccato un po' dallo zucchero filato e dall'unto della porchetta. Con il deodorante al sale per le ascelle, quello vegan, biologico, anallergico insomma. (Che ti fa evitare la pezza per 48 ore, dicono, ancora però da verificarne l'attendibilità ). 
E quando arriva, immancabilmente noiosa, logorroica, con principi sintomatici di Alzheimer, sindaca perentoria la fine di tutto l'immaginario erotico-sentimentale-balnearvacanziero del reggiano in ciabatte. Dell' estate. Del buon gusto e dell' avanguardia. 
Lei. 
L'unica, dopo varie ed eventuali divinita', che ha il superpotere dell' Eternità. 
Più del ponte di Bach, di Calatrava e, ahimè', del Green Bay in via San Carlo. Lei. 

La GIAREDA.








giovedì 18 settembre 2014

Il Tutto è più della somma delle Parti. [Lezioni di Psicologia della Gestalt]

 
Non lo so.
Non posso saperlo mai, se una scelta è giusta o sbagliata.
Neanche in corso d'opera.
Neanche con una previsione attendibile.
Neanche una volta fatta e viste le conseguenze.

Non lo so mai, perchè ogni scelta fatta preclude per definizione tutte le altre possibilità in gioco.
Dichiara conclusa una partita, in modo momentaneo se vuoi, ma circoscrive e delimita i confini delle situazioni. Confini che sono psicologici, personali e sociali. Detta certe regole, certe imposizioni.
Pero' anche le scelte che a prima vista possono rivelarsi sbagliate per me necessitano di una accurata analisi razionale, una dovuta attenzione nel particolare.

Nonostante possa aver sbagliato la tempistica, il luogo, i punti di riferimento, alcune valutazioni e un po' di misure (cosa del tutto probabile), resta un fatto incontrovertibile: ogni singola scelta, azione, pensiero, decisione porta consapevolezze, e ancora prima emozioni.
Porta altre decisioni, situazioni,  altre consapevolezze.
Crea.
E mi forma. Mette dei pezzettini nel mio modo di essere e di guardare il mondo.

Emozioni più o meno belle, più o meno intense, che mi portano nel mondo del "fare", del "provare" del "buttarsi nelle cose per vedere come sono". Emozioni che poi si trasformano in sentimenti, stati d'animo, tratti di personalità, caratterizzazioni, qualità, difetti, ansie, gioie, esperienze, bellezze e lacune.

Ed è tutto quello che mi permette di essere quella che sono, di essere arrivata ad oggi con il bagaglio delle situazioni vissute, delle idee pensate, delle cose riuscite o distrutte. Tutto quello che mi rende felice e soddisfatta, nonostante le paure e i dubbi. Nonostante i momenti difficili, di fronte a me stessa, quando mi giudico duramente e mi guardo vivere "da fuori".

Ogni scelta prepara il terreno per una serie di accadimenti, di vicende e di situazioni che devo saper affrontare imparando le competenze necessarie sul momento. Spesso improvvisando. Perchè serve velocità di valutazione e velocità di risposta, nella vita. Per non perdersi il bello, per non restare indietro. Per vedere subito il paesaggio che c'è. A costo di soffire un po'. A costo di percepire quell'intrinseca solitudine della condizione umana.

La vita è come una difficilissima Scuola di Formazione Teatrale.
In cui ho imparato anche a far di conto, l'inglese, la sintassi e l'analisi grammaticale (in via teorica, almeno). Mi fa improvvisare, mi fa sperimentare un sacco di ruoli, mi fa ridere e piangere, mi stupisce e mi delude. Mettendomi costantemente alla prova.
E con più riesco a restare fedele a quella che sono davvero, nonostante tutti i vari copioni che scelgo, con più sono orgogliosa di me stessa.
Con più sento di aver raggiunto un traguardo importante, qualunque esso sia.

Le cose che non prevedo o che non mi aspetto sono quelle che poi alla fine della fiera lasciano un segno indelebile, che mi agganciano bene e mi fanno guardare dentro. Mi danno una lente di ingrandimento su ciò che non voglio vedere, sulle paure, sul vuoto sotto di me e su ciò che non credo possibile.
Mi spronano a vivere, a sentire, a emozionarmi, a confrontarmi con limiti, incoerenze e debolezze, a fare semplicemente quello che mi sento di fare, perchè è solo così che mi sento di vivere.

(Oh, anche meno eh).


Ps.
Sì, è lunedi.
Ed è settembre.
Ho dimenticato la frutta per merenda.
E ho il ciclo.

Portate pazienza, via.



 

giovedì 27 giugno 2013

Un tram che si chiama Desiderio. (L'omino dei Sogni)

Quanto avrei voluto sapere qualcosa di più.
Quanto avrei voluto dire qualcosa di più, e non semplicemente un "grazie mille".

Una mattinata come tante.
Quelle che ti svegli alle 7, fai colazione, apri le finestre e leggi un po'.

Una mattinata come tante, se non fosse che ti accorgi che hai una gomma del motorino a terra.

Cerco di mantenere la calma, la pace interiore che ho appena conquistato per il semplice fatto che è estate, ho mangiato una brioches alla crema, fuori c'è il sole e probabilmente potrò andare a nuotare all'aperto (dopo le rogne da ufficio e le parole da scrivere che dio solo sa quanto mi fanno incazzare quando non si incastrano come vorrei, come ho in mente).

Porto il motorino (anzi, spingo il motorino) dal meccanico e accadono due catastrofi ad opera del mio angelo salvatore: - mi preventiva una spesa di 100 euro tondi tondi, chè vanno cambiate tutte e due le gomme a questo Scarabeo che ha ancora quelle originali di 10 anni fa, diventate ormai liscie come l'olio - cosa meno grave, ma comunque da considerare, non ha la bicicletta da prestarmi per andare al lavoro.

Segue la terza consequenziale catastrofe:

Prendere il TRAM.

Ora.
"Prendere il TRAM" è una di quelle frasi effetto vintage, credo di averla pronunciata l'ultima volta la vigilia di Natale del 1994. Ovvero, pochi giorni prima dell'arrivo del suddetto mezzo.

Una considerazione oggettiva e condivisa nell'universo mondo dei pendolari da tram credo sia che bisogna avere del gran culo per riuscire a prendere "IL" tram in queste situazioni di emergenza. Senza alcuna conoscenza su orari e linee. Arrivando in un momento 100% random, in un luogo che ha come coordinata geografica solo un meccanico di quartiere.
Domanda:
Perchè proprio dove sei tu, in quel momento preciso, dovrebbe passare proprio IL tram, proprio quello di cui hai bisogno per arrivare in un raggio uguale o inferiore alla distanza di 1 km dal posto di lavoro?
Le probabilità sono alla stregua di una vincita alla Lotteria.

Mi avvicino alla fermata con un misto di timore, raccoglimento e fiducia nella vita (o in dio nel caso mi stesse guardando) .
Non capisco assolutamente niente della tabella orari e linee, incrociati come quelli della metro di Londra, solo con qualche colore di meno e con denominazioni di località anni luce meno cool (Gattaglio al posto di Notting Hill, per dire).
Chiedo informazioni ad una tizia con ricostruzione unghie motivo optical appena fatta, che mastica chewin-gum a bocca aperta e dotata di auricolare che lascia percepire un devastante mix commercial-discomusic, incluso Giggidagostino.

La tizia mi risponde: "Dovrebbe passare tra 5 minuti".
"SE passa".

Ah.

Esiste anche l'eventualità che non passi, il tram.
Alla notizia che dovrebbe passare dopo 5 minuti sembra tu abbia avuto abbastanza di quel culo necessario per fronteggiare la situazione. Poi, però, onde evitare di semplificare troppo le cose, quel tram che è previsto, perchè è segnalato dal tabellone, potrebbe decidere che oggi è una gran giornata di merda e non passare, e lasciarti lì ad aspettare a recitare qualche rosario. Adeguando la connotazione della sua giornata alla tua.

Sostanzialmente, di merda.

Invece.
Eccolo.

Parte una lunga serie di ringraziamenti, quasi come gli scrittori nell'ultima pagina dei libri: la tizia dell'auricolare, la provvidenza, la previdenza, il fato, la fortuna (vabbè, 100 euro di motorino a parte), il cappuccino che farò in tempo a prendere, appena scesa dal tram.
Poi. Un altro pensiero incombe.

Ennesima variabile aleatoria: il biglietto.

Ora.
La mia memoria a lungo termine mi ricorda le corse dal tabacchino a comprarlo, prima di salire, oppure un biglietto composto da 10 corse, con risparmio di 1 euro sul totale. Oppure, situazione più comune, salire senza biglietto e tenere d'occhio le fermate in caso di avvistamento del controllore.
Ovviamente non possiedo il biglietto, ho la tessera della Shell e della profumeria al massimo, e ovviamente non c'è un tabacchino dietro alle spalle.
La mia fortuna si è esaurita con l'arrivo del tram.

A 30 anni suonati, escludo la possibilità di scappare fuori se vedo un controllore alla fermata.
Per una questione di capire che no, non si fa. Soprattutto se hai più di 30 anni.
Immagino che dal '94 ad oggi l' ACT potrebbe avere installato la macchinetta per fare il biglietto direttamente a bordo.
Come in tutti gli altri paesi dell'universo.

Salgo.
La macchinetta chiede 1 euro e cinquanta, senza dare resto.
Io ho solo un pezzo da 10 euro.

D'accordo, concludo che scapperò di corsa dal controllore, fingendo 18 anni.
Se non riuscirò a scappare, sarà stata una giornata di merda da 160 euro, anzichè da 100.

Un signore mi si avvicina.
Un signore non tanto alto, di mezza età, vestito in modo strambo, con un accostamento di colori azzardato, giacchetta giallina e pantaloni in lino, un viso da persona buona, riservata, una borsa marrone molto usata.

Mi allunga un biglietto e mi dice: "lo prenda, la multa è 60 euro".
E io, mentre gli allungo i soldi: "grazie, ma glielo pago".

E lui: "no, non li voglio. Mi paga un caffè quando ci rivediamo".

Lo prendo, lo ringrazio, mi giro verso la tizia di Giggidagostino, che mi dice "di queste persone non ce ne sono più, ormai", mi rigiro di nuovo ed è sparito. Era appena sceso.
E io non ho fatto in tempo a salutarlo.

Quanto avrei voluto sapere qualcosa di più.
Quanto avrei voluto dire qualcosa di più, e non semplicemente un "grazie mille".

Io dico che la tizia di Giggi ha ragione, di persone così non ce ne sono più.

Ho pensato a lui, mentre bevevo il mio cappuccino, in silenzio.
In orario.
Senza dover scappare da nessuno.






giovedì 16 maggio 2013

Priorità Assolute e Relative.

Domani.

(Sottotitolo)
COSE DA FARE:

Domani ci provo, ad ascoltare l'ultimo dei Daft Punk e l'ultimo di Elio (nonostante conosca solo due canzoni dei primi e sia affezionata ai singoli della vecchia guardia come Tapparella, Pipppero e Ti amo campionato, dei secondi).
Domani inizio "La profezia dell' Armadillo" e termino "Storia delle cause perse".
Domani salvo ogni 5 minuti tutto ciò che scrivo (magari inizio da oggi).
Domani mi ricordo di prendere l'ombrello*, dovesse piovere, vai a sapere.
Domani inizio a  guardare trasmissioni come "The Voice", Santoro, Floris e Gabanelli. Magari anche Vespa, se mi avanza del tempo.
Domani rispolvero tutta la gerarchia dei Cavalieri Jedi e il lato Oscuro della Forza, dovesse servirmi, vai a sapere.
Domani provo a non uccidermi con una tavola con le rotelle sotto. Provo a guarire dalle vertigini. E a rispondere al cellulare senza dire "Pronti".
Domani provo a cucinare cose considerate commestibili dal 51% delle persone che conosco, almeno (una sostanziale maggioranza fa la sua differenza).
Imparo anche a giocare a Risiko (questa affermazione richiede un margine più ampio di trattativa con me stessa).
Domani progetto IL futuro. Vabbè, almeno l'estate. Almeno, butto giù una bozza. Almeno (che sia passibile di cambiamento con una frequenza non inferiore alle 48 ore).
Domani imparo una nuova funzione di Excel, dovesse servire per calcolare qualche nuovo aumento delle tasse sul lavoro, sul carburante o sulla casa, vai a sapere. (E imposto la percentuale dell' IVA sul 22%).
Domani mi metto in pari con il programma di Yoga e medito su come Valeria Marini abbia potuto partecipare al mondo dello spettacolo cantando e ballando (non voglio sapere altro). E Fabrizio Corona intercettando e ingravidando. (In tutta onestà, preferivo quando in Tivvù davano Heater Parisi - che di ballare era capace, e Marisa Laurito con la pubblicità - peraltro poco attendibile stando ai risultati - del Bogumil).
Domani guardo le nuove tavole da snow. Dormo di più. Bevo di meno. E smetto di comprare qualsiasi cosa che vedo su E-bay. (Tranne la tavola, appunto).
Domani faccio la dieta e cerco il coraggio di indossare un costume da bagno (che non sia quello olimpionico che, comunque vada, è sempre il peggio del peggio. Con il sempiterno esonero delle taglie 38).
Cerco i vecchi diari, in cui è scritta la mia storia. L'elenco dei libri letti (il primo, nel 1996, credo fosse "Jack Frusciante è uscito dal gruppo"), dei viaggi fatti. Delle cose scritte per ricordare i momenti belli. Le cose belle. Le persone belle.
Domani corro fino a che i muscoli fanno male e provo a fare la scheda nuova. Provo. Riprendo a giocare a calcio, che è sempre molto divertente (soprattutto in attacco).
Domani respiro con calma, osservo e cerco di stare informata su quante più cose possibili.
Domani è un nuovo giorno (di un mese che crea tuttora dubbi sul fatto se sia Maggio o Novembre).

Domani pero'.

Intanto, domani vado al mare*.


[*nell'assoluto delle affermazioni sopra riportate queste due sono quelle che più corrispondono alla Verità Personale e Soggettiva].




.
"Non c'è niente, dico niente, nel mondo animale, minerale e vegetale, proprio niente, che mi abbia mai fatto tanto imprecare quanto il Game Boy". (Zerocalcare).

Non c'è niente da fare.
Il Passato, in un qualche modo, mi rassicura sempre.
Mi sembra una ottima pensata per iniziare a progettare il Futuro.

(Da domani pero').

venerdì 26 aprile 2013

In (sentimentale) Sintesi.



E come ogni volta.
Come ogni maledettissima stagione invernale.
Così come arriva Novembre, che decreta l'inizio.
Eccola subito lì.
Ecco che arriva Aprile a decretare la fine.
L'intrinseca necessità di contenere un termine perentorio, un limite temporale stabilito a priori, in un momento di inizio.
Come in tutte le cose, come in tutto il vivere.
Come se non fosse possibile il trascorrere di così tanto tempo attraverso quella che diventa una percezione falsata, resa poco attendibile dal personale significato attribuito a questo susseguirsi di ore, giorni, mesi. Un significato quindi solo "tuo". Unico. Che diventa un tempo infinitesimamente breve.

Arriva l'ultimo giorno.

La vista del paesaggio all'orizzonte.
L'ultimo pensiero dedicato al vissuto, al momento di essere lì, così in alto.
A 2600 metri. Dove le regole di vita sono un filo diverse, dove non ci sono uffici, orari,  cemento, dove nessuno ti dice cosa devi o non devi fare, non ci sono doveri, frustrazioni, obblighi,  dove tutto quello che è e che vivi è tale per il semplice fatto di aver avuto la possibilità di scegliere di dedicare del tempo, a questa tua passione.
Scegliere di vivere questa immensa bellezza, dove puoi portare con te le persone che ami, fare quello che ti va, in modo infantile - se vuoi - ma senza tante pretese, senza tante domande. Metterti alla prova, essere serena, senza problemi, con la tua tavola e la voglia di essere esattamente lì dove sei, con tutta te stessa. Imparare cose nuove, provare e riprovare. Fino alle ultime forze. Fino a che le gambe fanno male.
Con il sorriso delle persone con te che disarma e illumina gli occhi.

Come i colori del tramonto dietro il Grostè.





Tutto inizio' in un soleggiato giorno di Settembre, con una disperata ricerca di quella che sarebbe diventata la nostra casa-vacanze invernale, a Dimaro, in Val di Sole, e con l'aver poi trovato un pittore pazzo che stendeva mutande sugli alberi in giardino. [...]

Se dovessi elencare un po' di cose, così, random, come faccio ogni volta che finisce una stagione (un po' per la mia mania degli elenchi, un po' per poter fermare qualche attimo di suprema meraviglia, imprimendo il cuore e la memoria di nostalgia), ecco. Scriverei, all'incirca, queste cose.

Snowboard, in primis, la colazione allo Stoppani, la corriera che non passa mai, La Silvia e il secchio di spritz delle 16.00, la fatica, l' Ursus Park, la Mastellina - solo se agli 80 km/h - e solo con le due cunette da saltare alla fine, la tagliata del Dolomiti, la Mery e i suoi cagnoni, le terme, le lezioni con Giacomo, la neve fresca - tutte le volte che c'è stata, il mini kicker costruito al Tonale in un soleggiato venerdì di Gennaio, i nuovi grab e i nuovi trick provati e riprovati, i nuovi amici, Just Dance, il pigiama di Boni e i gatti per casa, la muffa sui muri, Cocco-Landia, la tendina della doccia - che come faremo senza, il Chiks on Board, Pschhhht, i film d' horror, il pandoro Mattonato, Team Chi(a)ppettes - con relativa giacca, i racconti di Robbi Villani durante il viaggio in ovetto - 25 minuti di puro delirio quotidiano, i legamenti stirati dai press, le cartelle, sbagliare sempre la velocità sull'ultimo salto, il divano con i microbi. La Pasticcera. Il bar a Daolasa, la pizza alla Spleuza. Il tramonto. Il freddo di casa, risolto a fine stagione. Gli insulti ripetuti a Dino Stanchina. Le noci e gli orsetti. Quel familiare, inconfondibile "profumo" di casa.






E come ogni volta, come ogni maledettissima volta.
Succede sempre.
Anche questa stagione è finita.

Lo sapevo.
(Certo, ma non mi ci abituero' mai, ai finali delle cose belle).




mercoledì 25 luglio 2012

La Presumibile attendibilità della Lentezza.

Sabato mattina, centro, ore 11. Post colazione. Post spesa, circa.
Stavo cercando di sganciare la mia bicicletta da un palo sotto una cassetta delle lettere (ce ne sono ancora, di cassette per le lettere, in giro per la città). Quelle cassette grosse, rosse, attaccatte al muro, con la doppia fessura "Per la città"/"Per altre destinazioni".
Questa cassetta delle lettere, insomma, ha attirato la mia attenzione in quanto una vecchina mi ha chiesto, tendendomi una busta: " mi scusi, signorina (grazie per avermi risparmiato il "signora" come il tizio della salumeria) mi imbuca questa lettera, che io non ci arrivo?".
Ho guardato l'indirizzo scritto sulla busta per selezionare (senza troppa reattività) la fessura corretta. Salerno. Quindi, "Per altre destinazioni".
Da qui, una serie di considerazioni.

Dovremmo avere più spesso una lettera da scrivere e da imbucare (farlo sul serio, però, che di lettere scritte e mai spedite ne abbiamo tutti a badilate). Una lettera che attende un invio, un destinatario che dovrà compiere l'atto di riceverla e, presumibilmente, di leggerla.

La lettera rappresenta il tempo lento della comunicazione di un po' di tempo fa (nemmeno tantissimo, visto che quando avevo 15 anni le lettere le scrivevo, e ora ne ho "solo qualcuno" in più) quando le parole erano pensate e ponderate bene prima di essere scritte.

Una comunicazione "in differita", in cui il tono e i contenuti dovevano essere quelli, e si doveva essere sicuri che restassero tali anche per qualche tempo a seguire, almeno fino alla ricezione della stessa. Non c'era spazio per sbalzi d' umore, robe non pensate, cose inutili o pensieri momentanei.
Nello stesso momento venivano racchiusi più argomenti, a volerlo, e leggendo una lettera si aveva la sensazione di sentire l'energia della mano durante la scrittura, si sentiva il profumo dell'inchiostro, si vedeva il tipo di grafia, a simbolo di autenticità.
Come se le cose scritte, ferme, sulla carta fossero una prova tangibile di verità, di attendibilità. Di trasparenza.
Come se avessero un peso specifico diverso.

La chat di oggi permette di "giocare" con le parole, veicola comunicazioni di servizio, momentanee, veloci, senza attese, senza pretese. Permette di non essere seri, di rinviare decisioni, tergiversare, omettere, di scherzare, di vedere reazioni, modi e toni, di essere corteggiati/di corteggiare senza troppa fatica, di chiedere/dare impressioni "a caldo", di restare in contatto in ogni momento della giornata, con tutti. Un esserci sempre.
La lettera non concede tanto spazio per giochi di parole o di significati, trucchi, ambiguità volute o capitate, opportunismi del caso. Ha necessità complesse, richiede una introduzione, un corpo dell'oggetto, una conclusione. Sei nudo di fronte alla persona che la leggerà, senza sovrastrutture, con la tua forza e con la tua debolezza.
E' forse per questo che nessuno scrive più?  Non dico solo lettere, ma anche mail che hanno la forma di lettera. Mail che dicono qualcosa. E' forse troppo doloroso? Troppo faticoso mostrarsi davvero per quello che si è, fuori da Facebook e da Twitter?

Mi stavo chiedendo cosa avesse scritto la vecchina, nella lettera per Salerno.

Forse solo una disdetta di un contratto della luce.(E io sono una con una fervida immaginazione).
Gli auguri ad una figlia lontana.
O forse le sincere scuse a qualche sorella o fratello. A qualche familiare.

Avrei dovuto chiederglielo, forse me lo avrebbe detto. O forse no.

Ma avrei dovuto, visto che quella, probabilmente, è stata l'unica lettera imbucata in quella cassetta per le lettere, che nessuno, ormai, nota nemmeno più.










lunedì 23 aprile 2012

L' Indicatore Retroattivo di Qualità.

 


Ci sono libri che sono belli sempre. 

E poi ci sono libri che sono belli sempre particolarmente ad Aprile.
Chè Aprile è un mese da classificare nella fascia dei mesi complicati, quelli che non passano tanto via lisci e indolori, come può essere, ad esempio, un Ottobre o un Marzo. Aprile no, è infimo.
Semplicemente per alcuni validissimi motivi. 
Perché porta con sé cambiamenti, fatiche.  E’ il mese degli armadi da cambiare, dei cuori da consolare, degli ormoni da controllare, degli ombrelli da aprire. Delle abitudini diverse, dei giri in bicicletta, della pelle bianca che inizia a tingersi, delle gambe e delle braccia da scoprire, delle riflessioni strambe sdraiati sulle panchine. E anche dei gelati (scusate, retaggio di un lontano Baglioni).

Ho capito che quando non riesco a cogliere quel segreto delle cose, quel qualcosa che non si può definire, momentaneo ed importantissimo, mi rammarico.   
Mi sfugge. E so che è quello il momento da ricordare, da imprimere nel cuore e nella testa. 
Quando mi sento lontana, spaesata, quando mi mancano alcune coordinate, ecco.
Quando sono nostalgica.

Non c’è forse felicità anche nella nostalgia? Anzi, non è forse la nostalgia un preciso indicatore dello spazio sentimentale lasciato da una felicità terminata (la felicità, nella sua essenza, per essere tale, è delimitata da un preciso inzio e un preciso termine) e pronto per essere riempito da un’altra felicità futura? 

Nostalgia, Definizione 
[Dal mio dizionario inventato]

La nostalgia è un fastidio generalizzato, sottile e perfettamente incastrato, difficilmente localizzabile in un punto preciso, che fornisce una misura, in termini di intensità, dell’importanza delle cose passate, agli occhi del cuore. Siano queste cose situazioni vissute, persone incontrate, luoghi visitati, momenti trascorsi impegnati a fare/dire/lottare/ con/contro qualcosa/qualcuno.  

Dove c’è nostalgia, c’è stata passione. Amore. Vicinanza. Affetto. Attaccamento. Felicità.  C’è stata la responsabilità di aver deciso di impiegare in un certo modo quella cosa che per comodità  di significato chiamiamo tempo, ma che in realtà è poi la VitaVeraVissuta.  Sul momento crediamo che quello che stiamo vivendo sia normale, sia qualcosa di ordinario, comunissimo, banale. 
Appena non possiamo più viverlo, eccola.  Arriva inesorabile a indicarci il Valore. E' un indicatore di valore, di qualità, di verità che funziona alla stregua di una specie di sistema immunitario delle emozioni, ed agisce in modo retroattivo. Perché noi, si sa, alle volte siamo distratti con le cose della vita. Non impariamo mai a prestare attenzione, e quando lo facciamo non è mai abbastanza e mai al momento giusto.  

La nostalgia,  in questo modo, definisce il significato del nostro essere nel mondo.
Come faremmo a sapere cos’è che abbiamo amato così tanto, senza nostalgia? O a cosa siamo stati così legati? A cosa abbiamo dato un significato e a cosa il nostro cuore ci ha chiamato a essere presenti con tutto noi stessi? 
Ci fornisce un aiutino. Facendoci soffrire un po'.

Attenzione a una cosa pero’.
La nostalgia, per essere sana e per garantire un corretto funzionamento del sistema immunitario delle emozioni, deve essere alternata dalla pienezza del presente e dalla progettualità per il futuro. Dai desideri, dai sogni di cui non possiamo avere nostalgia perché non sono cio’ che c’è stato e non c’è più, ma sono una delle possibilità verso cui abbiamo un dovere morale. 
Quello di farli accadere.   
Deve essere una nostalgia che si rinnova, indicativa di valore a cose diverse nel tempo.

Quando senti nostalgia,quando c’è quel fastidio affilato che preme, che schiaccia il cuore, arriva una consapevolezza.  E’ uno dei preziosi metodi analitici che ci hanno gentilmente concesso per guardarsi dentro, in profondità. 
Ed essere a conoscenza di aver  vissuto nel migliore dei modi.

Di aver vissuto con necessità, con urgenza.
Esattamente come abbiamo potuto, come abbiamo dovuto. 





"Nei corridoi del supermercato, studio sempre i carrelli delle persone, e immagino le loro colazioni, le loro cene, certe somiglianze con il loro modo di vivere. Ce ne sono alcune che fanno una spesa che farei esattamente così anch'io, una spesa che sottoscriverei.
 
Tutte le persone che non sono belle, o che sono brutte, poi quando le conosci diventano più belle, sempre.
 
La seguente frase con cui cominciavo qualsiasi tema a scuola: La questione storica, economica, filosofica, scientifica, politica e sociale del ventesimo secolo... E mi ritrovavo ad aver già riempito cinque o sei righe.
 
Quando mia moglie si mette una mia maglietta."

Momenti di trascurabile felicità, 
F. Piccolo

giovedì 29 marzo 2012

Come sempre. E' così che va. E non ti ci abituerai mai.

E poi succede che finisce.

Come tutte le stagioni, come tutti gli inverni, le estati, come tutto. Termina. E passa oltre.
Passa oltre nell' infinito universo del tempo che scorre, delle situazioni che cambiano, delle cose che capitano, arrivano, vanno, vengono, si trasformano. Del  caos dovuto alle variabili che si incastrano più o meno, alle volte molto meno, alle volte in modo inaspettatamente perfetto.

Succede che devi cambiare vita, abitudini, che certe cose non ci saranno più. Ce ne saranno altre, ma quelle no. Devi archiviarle in uno scaffalino del cuore, della memoria, così dicono. 
Devi lasciare per un po' cio' che ami, cio' che ti ha rubato e bruciato il cuore per mesi. 
Per tutto l'inverno.


Che è poi quella cosa incredibile di legno e vetroresina su cui ci attacchi i piedi e ti porta in giro per le montagne, su in alto, giù in fondo, in terra, e fa male, anche. 
Che sono le giornate di sole che brucia e quelle con meno venti gradi che non riesci quasi a respirare, che sono le risate fino alle lacrime e le lacrime per le incazzature, per quello che non ti riesce. 
E ci provi e riprovi e riprovi. E riprovi.
Che sono le cene in casa con la salsa barbecue e la carnazza della macelleria di Vigo, il rosatello e l'aperitivo di mezzogiorno. La fatica, i crampi alle gambe, la schiena a pezzi. Il Risiko, svenire alle 17 sul divano perchè non ce la fai più, la cucina da sei utilizzata in diciotto. Provare i tresessanta sul divano, in pigiama (che pensi, massì ce l'ho. Ci riesco. Poi è tutta un'altra storia anche solo avvicinarsi a quel maledetto stacco, là in alto). 
Che sono le decine di culate sui box. La pasticceria Reinard - che i biscotti alle noci così non si erano mai mangiati. Gli accidenti ad una neve che non c'è mai stata. Il Pavone - che un pub così trash non si era mai visto, dopo il 1988. I cappelletti con il dado scaduto, la soia e tutto quello si puo' mettere, a caso. 
Che sono le coreografie in salotto, l'alba e il tramonto al rifugio Stoppani - che è una delle meraviglie più pazzesche, il volerci riuscire a tutti i costi, nonostante la paura, un sacco di paura, nonostante le gambe che tremano, le lezioni pratiche e quelle su youtube, il rumore della tavola sulla neve, certi paesaggi che tolgono il fiato. 
Che fanno quasi soffrire per la loro Eterna Bellezza, che al confronto niente e nessuno mai.


Che è la struggente attesa di un Venerdì sera. 
Che ti porta via. 
Per andare dove ami, con le persone che ami, a fare quello che ami fare. 
Per dare un senso, un significato solamente tuo a quello che percepisci come lo scorrere del tempo che, infilato minuto dopo minuto, anno dopo anno, momento dopo momento, diventa ciò che in genere si chiama Vita.

Senza troppi fronzoli.


Vich.
[November 2011- April 2012]

"Quando scopriranno che il mondo ha quattro dimensioni invece delle solite tre, si potrà andare a fare una passeggiata e sparire: niente lacrime, niente funerali, niente illusioni, niente inferni e paradisi"
                      Charles Bukowski











martedì 22 novembre 2011

Memorie Analogiche.

Nonostante tutto.
Nonostate il freddo. La pioggia.
Nonostante l'età adulta.
Nonostante sia una cosa seria, importante, da saper fare bene.

La prova di evacuazione del palazzo fa diventare tutti un po' idioti.

Viene da ridere.
C'è chi scende con la mela in bocca, chi cade lungo le scale, chi arriva dopo, chi resta chiuso in bagno.

Un po' come succedeva a scuola.
Viene da ridere non proprio così, ma ci va vicino, a come si rideva allora.
Nonostante fossero altri tempi, altri luoghi, altre persone.


E trovi il modo di allungare la pausa caffè.
Proprio come allora.

domenica 9 ottobre 2011

When you have to write a number that begins with a 3. Take care. Of your family, your parents, your friends, your hair, your fat, your skin (and even your crow's feet).


Sarà ma io questa cosa qui che è l' 8 Ottobre mi fa venire un po' di pensieri e qualcosa mi viene di scriverla. Ce l'ho qui pronta pronta. Qui appoggiata sul cuore.

L' 8 Ottobre di trent'anni fa succedeva che una giovane donna stava dando alla luce una figlia, una neonata settimina di 1,700 Kg, alle ore 18.30. Segno zodiacale Bilancia, ascendente Toro. Per la precisione.
L' 8 Ottobre è anche oggi, dopo trent'anni, e questa giovane donna di allora - che è poi la mia mamma - seduta al tavolo della cucina davanti ad un caffè, racconta a me - che poi sono la neonata di allora - com'è che è stato. Ecco. Io non so se ce la faccio.
Ci sono cose che non si riescono a descrivere.

Racconta di cosa facevo, cosa faceva lei, che mi teneva stretta stretta e mi faceva addormentare sulla pancia del mio papà sdraiato sul divano.  Di come dormivo all' istante, assuefatta da quel calore di genitore - che mai gli riuscirà meglio un qualche altro ruolo nella vita, ad un papà, che quello di genitore di un figlio ancora così piccolo. Assuefatta dal calore di casa, della famiglia. Dalla voce della tv in sottofondo.
Di come non c'era verso di lasciarmi troppo all' asilo, che avevo paura di essere abbandonata e passavo le mattinate a piangere. Di come non c'era verso di farmi mangiare, se non trasmettevano il programma di Raffaella Carrà, tipo di Domenica.
Di quando indicavo i fiocchi di neve fuori dalla finestra e dicevo mamma è tutto banco. Di quando li guardavo ballare, incantata. (Qui, mi ricordo che le chiedevo com'è che si fa mamma, a ballare così, come te e il papà. Lei non mi rispondeva mai. Sorrideva). Di quando credevo che il pesciolino rosso stecchito, dormisse su un fianco.

Racconta di come si sono conosciuti, lei e il mio papà, chè poi queste cose vanno sapute bene, quando si diventa grandi. Di quali compromessi, quali espedienti hanno dovuto e saputo trovare per mandare avanti la baracca, noi figli, il lavoro, la casa. Le naturali e imprevedili scommesse nel futuro, insomma. Che speri che il cielo te la mandi buona, quando non hai molti elementi di valutazione.
Di come non hanno mai dimenticato di scegliersi a vicenda, giorno dopo giorno. Fino ad oggi, fino ad ora. 
E di quella volta che ha visto il mare, a vent'anni.
Chè non c'erano i soldi, allora, per permettersi di vedere il  mare troppo spesso. Era una cosa straordinaria, il mare. Molto più di adesso, come.
Racconta di quando ero così piccola che credevo che il mondo fosse un posto dove non c'era cattiveria, guerra, e dove noi bambini avremmo potuto essere felici tutti allo stesso modo.

Oggi sono così. Spaesata.
Non mi sembrano passati trent'anni da quando mangiavo solo se c'era Raffella Carrà in televisione e indicavo con il dito i fiocchi di neve.
Invece, pare sia così. Se controllo la carta di identità.
Mi ritrovo qui a scrivere, cresciuta, con la mia ciocca di capelli bianchi (una sola!) da rigirare tra le dita.


Trenta.
E' partenza e ritorno, è oblio e consapevolezza, è maturità e potersi permettere un po' di leggerezza, forza e debolezza, è indipendenza e bisogno, vizio e virtù. E' determinazione e vaneggiamento. Certezza e dubbio. Coraggio e vigliaccheria. E' libertà e responsabilità. Solitudine e compagnia.
E' il punto esatto, spaccato, in cui gli opposti si attraggono e creano unità. Le due facce della madaglia che si rivelano contemporaneamente. Il punto esatto in cui inizi a capire chi sei.
E ci sono persone che ti aiutano quotidianamente a farlo.

Le persone che mi aiutano in questo difficile compito, che lo hanno fatto fino ad ora, oppure ieri, quando avevo 18, 12, 8 anni. Sempre. Oggi ce le ho qui, nel cuore. Oggi più che mai. Perchè voglio pensarle, voglio dedicare più attenzione a questo pensiero che solitamente fugge veloce.
Sono quelle persone che fanno - o hanno fatto - della mia vita qualcosa di unico, di magico, di preziosissimo. Che danno colore, sfumatura, energia, bellezza. Che mi aiutano a risolvere le equazioni, a capire, a ragionare. Che mi guidano e mi fanno da specchio per vedere i miei errori. Che mi tendono una mano e mi danno una pacca sulla spalla o una sberla in faccia, se necessario.
Che hanno permesso fossi quella che sono.
La mia mamma e il mio papà, mi fratello, Silvia e mio nipote. Le mie amiche di sempre, con le quali sono cresciuta, che mi hanno visto con l'apparecchio, con il grembiule di scuola, senza un dente. E si andava a rubare i trucchi al supermercato, si dormiva insieme mangiando caramelle schifose, si fumava la prima sigaretta, si prendeva la prima sbronza, si facevano le compagnie grosse grosse, guardando da sdraiati le stelle in cielo, in una sera d'estate. E se mi viene da piangere, le posso chiamare senza vergognarmi. La Benni, chè ci sono persone che ti capisci, senza troppe parole, senza troppe spiegazioni, senza fronzoli. Che lo sai. L' Anto, che è sintonia. Gli amici Vigorosi, che sono vita, senza i quali non potrei ridere così, sentirmi ancora parte di quell' immenso tutto che da sempre amo, anche se è difficile, alle volte, è difficile capirsi quando si è così tanti e così diversi. Senza i quali non si potrebbe fare quello che si fa, andare dove si va, condividere tutta quella unicità, quella perfezione dei momenti insieme. Che non ci pensi, ma hai paura che non possano più tornare, questi momenti. Schiva, che mi ricordo ancora di quando sono finita nella torta di compleanno dei miei 18 anni e mangiavamo la somarina. Micro e Gigi, perchè ci sono persone che gli vuoi bene e ti confronti e ti dicono che stai dicendo delle cazzate. E gli credi. Poi, poi gli dici la stessa cosa, ma loro ti credono meno. E gli vuoi ancora più bene. Scanta, perchè capita che incontri delle persone di un certo spessore, senza aspettartelo. Così, all'improvviso. In un angolo di una piazza. E diventano, in un qualche modo, parte della tua vita. La Paola, Cecco, perchè senza di loro sarebbe stato un grosso casino, per avermi dato due o tre dritte di quelle come si deve, qualche indicazione di base per vedere il necessario, su piani differenti.
Le persone con cui ho condiviso un pezzetto del mio cammino, della mia vita. Che hanno portato consapevolezze, rinascite, cambiamenti, ma che poi si è dovuto dire ciao, arrivederci, in culo alla balena. A cui sarà sempre riservato un monolocalino nel cuore, nonostante tutto. Che gli ho voluto un gran bene. Non ci puoi fare niente, le strade si separano, alle volte. Lasciando fare la vita, lasciando che le cose vadano come possono, come devono.
Gabri, che un capo così non mi capiterà più, con tutta probabilità. Gli anni dell' Università, che dovrebbero dirlo prima che sono così speciali. Le vecchie compagnie, che compagnie più non sono, ma che ognuno di noi ben ricorda: il Bell'Albero, le Rane, il Diamante, la Polo, l' Obelisco, Santa. Mirko Colombo, che ci sono persone che credono in quello che fanno così tanto da farlo molto, moltissimo bene e la loro passione è così radicata da poterla quasi vedere, quasi toccare.
Per quelle persone che vedo poco ma che, quando succede, l'unica cosa che mi viene di fare è un lungo e forte abbraccio. Perchè sono vere e limpide come l'acqua di montagna.


Grazie di contribuire in modo così incisivo alla bellezza del mio primo giorno nel trentennio.
Un abbraccio onnicomprensivo. Forte. Fortissimo.
Più forte che posso.



Un doveroso pensiero al fatto che avro' un indirizzo diverso sulla carta d'identità.
Un nuovo zerbino davanti ad una nuova porta.
Un nuovo letto ed un nuovo armadio. Un nuovo campanello.
Un nuovo stato di famiglia. In cui c'è solo una riga compilata. Con il mio nome.

In tutto questo tempo ho capito che, alle volte, non ci sono risposte corrette in assoluto.
Sono le domande a dover essere pertinenti.





Tipo.

[...] Com'è che funziona il lavaggio per i capi delicati?




* L'ultima immagine è una "Om" ma sembra un 30. E porta fortuna. Dicono.
E io ci credo.

venerdì 27 maggio 2011

E' così. Dato di fatto. Recidivo. (E non puoi farci niente).

Divento così sensibile e piagnona e sdolcinata e rincoglionita.
Quando sento quel profumo delle prime sere estive, intorno alle 8, alle 9. Quell'orario lì.
C'è quel profumo - che non so spiegare, forse pini, forse tigli? - che mi stringe il cuore, che mi riporta all'infanzia - a quando la scuola stava per finire, a quando potevi andare in classe con le maniche corte, le paperine e la gonna senza calze.
A quando potevi uscire sempre, poi, la sera.

Sdraiata sul letto, con la finestra aperta, arriva questo profumo perfetto, sempre uguale, ciclico.
Che sai che è estate anche se ti cancellassero tutte le coordinate temporali per un istante.
Ecco.
Non lo so perchè mi fa questo effetto, ma divento di un introspettivo da fare schifo. Nonostante cio', devo esserle grata, a questa stagione, in quanto mi regala sostegno psico-emotivo.
Senza scopo di lucro.
Un toccasana (tipo le terme per gli anziani, insomma).


E' che in estate succedono eventi propizi per il mio tentativo di sbarcare il lunario: ho la memoria buona, sono più attiva, mi abbronzo, dimagrisco, mangio il cocomero, posso vestirmi di fuxia senza che nessuno mi dica che sembro una bomboniera, non mi trucco, uso la bicicletta, vado al mare, posso nuotare senza morire assiderata, posso correre senza che mi venga la bronchite, ci sono le peschenoci, non si gonfiano i capelli (e questa è una gran cosa), c'è il profumo di cocco degli abbronzanti,  impiego 1 minuto e 33 secondi per vestirmi  e 4 netti per andare al lavoro (le scuole sono chiuse e il traffico si riduce dell'80%), le ore di luce sono superiori a quelle di buio.
E poi, sono quasi sempre di buonumore. Quasi, vabbè.
Ho addirittura fiducia nel destino.

Non sono forse questi motivi validissimi per credere nel giusto accadere delle cose?

Se non sei ottimista cronico alle porte dell'estate non puoi esserlo mai.
Ci sono tanti elementi favorevoli.
Ecco tutto.

Cioè.
Si capisce che non avevo niente di preciso da scrivere. Solo questo.
Provate a sentirlo, quel profumo.

(Magari lontano dalle rive del Crostolo).

mercoledì 13 aprile 2011

C'è chi va.

Succede che un caro amico inizi a cercare lavoro all'estero. E inizi a inviare Curriculum.
Succede che l'amico in questione ti chieda consigli per fare colloqui e inizi coerentemente a farli, questi colloqui.
Ad un certo punto succede che l'amico ti dice che ha un colloquio superfigo in una azienda superfiga, a Monaco.
E ci va, a farlo.

Dopo - nonostante passino nel frattempo due mesi - puo' succedere che l'amico ti chiami e ti dica che, ti ricordi quel colloquio superfigo nell'azienda superfiga ecc ecc...ecco. Quello. Sì, esatto. Proprio quello.
Mi hanno preso.

Ed è stato così. E' successo.
Quindi succede - come è facile immaginare - che l'amico, un bel giorno, prende e va.
E questo bel giorno, per la precisione, è oggi.


Si, Sergio, ce l'abbiamo fatta!!!! (Ag'lom cavèda, come dici tu).
Mi rendo partecipe dell'impresa, soprattutto a livello morale (di supporto e di sopportazione, passamela questa).
 
Ti dico due cose due, a cui tengo, sia per ragioni affettive che tecnico-pratiche:

- Evita litigi e polemiche ancora prima di arrivare là (per esempio con i Tedeschi del trasloco di stamattina).
- Guardati bene le spalle, soprattutto anche quando arriveranno a trovarti Lollo, Ste e Samu e dovrete girare insieme.
- Porta con te le t-shirt di David Hasselhoff e quella dei Led Zeppelin. Chè devi avercele, quelle, con te.
(Sai mai che fai una jam session/esibizione live alla chitarra super improvvisata).
- Appunto, suona la tua chitarra, anche se non fai la Jam session, chè fa bene al cuore (e sempre in caso di esibizione non ti fai cogliere impraparato).
- Evita qualsiasi tuo cavallo di battaglia in merito alla Storia italiana e tedesca. Grazie.
- Ricorda sempre il compleanno che abbiamo festeggiato a Monte Baducco, che c'è stato da ridere. Un bel po'.
- Ricordati che il mio compleanno è un giorno dopo del tuo (non te ne sei ricordato mai, ma adesso che vai via avro' più modo di serbare un certo rancore e fartelo pesare. Ti avverto con dovuto anticipo).
- Tieni ben curato il mobile nuovo, che è stato scelto con un certo gusto estetico. Non avrei mai creduto. Scusa per la sottovalutazione in questo frangente. Ma, sai com'è.
- Ricordati di girare il mio CV dovessero cercare una persona da inserire nell'organico del personale.
- Ti stimo. Tanto (Dopo questa sappi che dovrai aspettare almeno un 24 mesi minimo prima di un altra lode e ammirazione pressochè fondata; in quanto non vorrei alimentare le tue affezioni da megalomania).
- Sei il mio piu' grande orgoglio in fatto di persuasione VS la misoginia. Anche se ci ho messo un po'.

- In culo alla balena. Non è carino.
- In bocca al lupo.

- Ti voglio bene.



-Quand'è che mi prendo qualche giorno di ferie per visitare Monaco?








(Comunque vada, non disperare mai. Alla peggio delle ipotesi, c'è l'uscita di sicurezza: vivere di pesca a Malta. E non sarebbe la peggio ipotesi. Ovviamente mi includo nella gestione/amministrazione del baracchino sulla spiaggia).