Fingere di amare per essere amata, per stare al sicuro, bella protetta dalla consapevolezza di qualcuno che mi cerca, che mi aspetta e magari mi supporta, anche. Mi protegge, Magari senza amarmi poi davvero. Semplicemente finge, proprio come me. Finge amore in cambio di tutta questa sicurezza e tentativi maldestri di allontanamento del senso di solitudine dato dalla condizione umana.
Fingere e poi abituarmi a questa finzione, non rendendomene più conto. Senza più farmi domande. Pensando sia reale.
Poi accontentarmi. Ancora abituarmi, radicando l'abitudine. Annoiarmi.
Con il tempo, frustrarmi.
E alla fine tradire.
Che poi tradire è tradirsi, in primis, tradire se stessi. Non sapere più chi sei.
Perdere i miei valori, perdere tutto, buttare all'aria i favori chiesti alle stelle cadenti*.
Perdere quel senso antico dell' esistere che così a fatica ho conquistato. Quel contatto con la parte più vera che è l'origine, l'abisso. Così doloroso, ma così vero e decisivo per conoscermi.
Per dare senso.
Ecco.
Questo è ciò che non vorrei nel mio futuro.
Non vorrei dover gestire quelle confusioni create da me, dal mio "non ascolto" del tumulto interiore.
Non vorrei sbagliare valutazioni, perdere del tempo.
Non vorrei perdermi. Trovare giustificazioni stupide a me stessa.
Non vorrei non sapere quale direzione è quella giusta (ah, già, dovrei saperlo?)
Non vorrei fingere, appunto.
*Cit. I Cani
(Ma ci si innamora o ci si abitua?)
Lapis and Notes
Lapis and Notes
Post Scriptum:
Welcome.
(To the Jungle).
"Gli svedesi hanno capito quello che la Scavolini ancora no. Ovvero. Che la gente comune ha 40 mt quadri per farci stare un letto, una cucina e un water. E ha sempre sognato la penisola. Poi si è ridimensionata, nel momento in cui ha realizzato un fatto.
Che i sogni si pagano al metro quadro".
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sabato 10 ottobre 2015
venerdì 25 settembre 2015
Complicati Puzzle Tardivi.
A lasciare che il tempo scorra, e a guardare bene di lasciarlo scorrere senza porre troppo l'attenzione, senza fretta, senza ansia o aspettativa che sia, senza anticipazioni, ecco.
Ecco che arriva, lei, la rivelazione.
Mi spiego meglio.
Provo a spiegare questa osservazione che mi è capitata di intuire ripensando ad un po' di personali faccende sentimentali/professionali del mio passato prossimo e remoto.
A lasciare che la vita accada, che il tempo scorra, resto affascinata da quello che sarà il risultato finale di una particolare situazione (comunque sempre un risultato passibile di continua evoluzione, quindi sempre in divenire). A partire da un/a collega stronzo/a che vorresti non avere vicino, da una storia d'amore che hai vissuto troppo o che proprio non ti è permesso di vivere. Da una ingiustizia che vorresti non sapere, non ci fosse mai stata, dai segreti tuoi e di altre persone che custodisci gelosamente nel tuo cuore.
Ogni situazione, a lasciarla andare come crede, prende strade inaspettate. Resto continuamente affascinata dal rivelarsi delle segrete connivenze della vita. Ogni elemento trova il suo incastro perfetto che poco tempo prima sembrava non esistere. Ogni cosa cambia in modo repentino, il dolore passa, si trasforma. Ogni pezzetto che sembra inizialmente ingiusto, sbagliato, incomprensibile, doloroso o particolarmente brutto (dal mio arbitrario punto di vista), grazie al lungimirante savoir faire del destino trova la sua ragione di esistere. Costruendo e ricostruendo ogni volta una nuova immagine, un nuovo contesto che non avevo non solo previsto, ma nemmeno lontanamente immaginato.
Siamo troppo immersi nel qui e ora, nel presente, per guardarsi dall'alto, E riderne, alle volte.
E' solo con l'età, con il diventare grande, prendendo dimestichezza con lei (la Vita) - senza mai riuscirci troppo bene poi - ho capito che tutto (o quasi) trova un senso, un insegnamento. Ma solo "DOPO"*.
E se ancora non sono riuscita a capirlo significa semplicemente che è troppo presto. E devo capire anche che quella fretta che le cose accadano o no è meglio che impari a mettermela via. Ché io non so proprio un cazzo del progetto.
Ogni volta che ho pensato, imprecando gli dei, a quanto fosse ingiusta la vita, poi ho guardato l'intera trama a distanza di tempo, e ho capito che mi aveva in un qualche suo modo strano salvata da un danno maggiore. Ogni volta che vedo qualcuno che ho amato e mi ha abbandonata, non scegliendomi, o qualcuno che ho abbandonato, non scegliendolo, poi aspetto. E capisco.
Come se, improvvisamente, arrivasse una repentina soluzione, come se si dispiegasse la storia mettendo tutti gli elementi in ordine e tutti i passaggi parziali arrivassero a creare un disegno.
Per farmi capire le fortune, gli errori, le cose da imparare, le cose che servono per diventare donna con soddisfazione di myself, senza troppi rimproveri o sensi di colpa.
E tra le cose che ho da imparare c'è proprio questa qui.
Non avere fretta che la vita accada, lasciarla fare, rispettandone i suoi personalissimi tempi e fidandosi delle sue decisioni.
Anche quando fa così incazzare, così stare male. Quando non sono d'accordo con lei, quando uccide di malinconia e di non-sense, quando manca da morire qualcuno, quando vorrei fosse sempre estate.
(Quanto mancherà prima che io diventi un Buddha, oppure, in alternativa, un uomo figo, ricco e superdotato?)
* DOPO: avverbio di tempo abbastanza generico che potrebbe voler dire secondi, ore, giorni, mesi, anni, lustri, secoli o ere geologiche. Purtroppo non è dato a priori e non sempre la soluzione ci è dato sapere per questioni fisiologiche di caduco soggiorno umano sul globo terrestre.
Questo imbrunire alle 19 credo abbia una vaga incidenza negativa sul mio umore e sulla mia stabilità mentale.
Ecco che arriva, lei, la rivelazione.
Mi spiego meglio.
Provo a spiegare questa osservazione che mi è capitata di intuire ripensando ad un po' di personali faccende sentimentali/professionali del mio passato prossimo e remoto.
A lasciare che la vita accada, che il tempo scorra, resto affascinata da quello che sarà il risultato finale di una particolare situazione (comunque sempre un risultato passibile di continua evoluzione, quindi sempre in divenire). A partire da un/a collega stronzo/a che vorresti non avere vicino, da una storia d'amore che hai vissuto troppo o che proprio non ti è permesso di vivere. Da una ingiustizia che vorresti non sapere, non ci fosse mai stata, dai segreti tuoi e di altre persone che custodisci gelosamente nel tuo cuore.
Ogni situazione, a lasciarla andare come crede, prende strade inaspettate. Resto continuamente affascinata dal rivelarsi delle segrete connivenze della vita. Ogni elemento trova il suo incastro perfetto che poco tempo prima sembrava non esistere. Ogni cosa cambia in modo repentino, il dolore passa, si trasforma. Ogni pezzetto che sembra inizialmente ingiusto, sbagliato, incomprensibile, doloroso o particolarmente brutto (dal mio arbitrario punto di vista), grazie al lungimirante savoir faire del destino trova la sua ragione di esistere. Costruendo e ricostruendo ogni volta una nuova immagine, un nuovo contesto che non avevo non solo previsto, ma nemmeno lontanamente immaginato.
Siamo troppo immersi nel qui e ora, nel presente, per guardarsi dall'alto, E riderne, alle volte.
E' solo con l'età, con il diventare grande, prendendo dimestichezza con lei (la Vita) - senza mai riuscirci troppo bene poi - ho capito che tutto (o quasi) trova un senso, un insegnamento. Ma solo "DOPO"*.
E se ancora non sono riuscita a capirlo significa semplicemente che è troppo presto. E devo capire anche che quella fretta che le cose accadano o no è meglio che impari a mettermela via. Ché io non so proprio un cazzo del progetto.
Ogni volta che ho pensato, imprecando gli dei, a quanto fosse ingiusta la vita, poi ho guardato l'intera trama a distanza di tempo, e ho capito che mi aveva in un qualche suo modo strano salvata da un danno maggiore. Ogni volta che vedo qualcuno che ho amato e mi ha abbandonata, non scegliendomi, o qualcuno che ho abbandonato, non scegliendolo, poi aspetto. E capisco.
Come se, improvvisamente, arrivasse una repentina soluzione, come se si dispiegasse la storia mettendo tutti gli elementi in ordine e tutti i passaggi parziali arrivassero a creare un disegno.
Per farmi capire le fortune, gli errori, le cose da imparare, le cose che servono per diventare donna con soddisfazione di myself, senza troppi rimproveri o sensi di colpa.
E tra le cose che ho da imparare c'è proprio questa qui.
Non avere fretta che la vita accada, lasciarla fare, rispettandone i suoi personalissimi tempi e fidandosi delle sue decisioni.
Anche quando fa così incazzare, così stare male. Quando non sono d'accordo con lei, quando uccide di malinconia e di non-sense, quando manca da morire qualcuno, quando vorrei fosse sempre estate.
(Quanto mancherà prima che io diventi un Buddha, oppure, in alternativa, un uomo figo, ricco e superdotato?)
* DOPO: avverbio di tempo abbastanza generico che potrebbe voler dire secondi, ore, giorni, mesi, anni, lustri, secoli o ere geologiche. Purtroppo non è dato a priori e non sempre la soluzione ci è dato sapere per questioni fisiologiche di caduco soggiorno umano sul globo terrestre.
Questo imbrunire alle 19 credo abbia una vaga incidenza negativa sul mio umore e sulla mia stabilità mentale.
martedì 21 ottobre 2014
The Meaning of Kaleidoscope.
Caleidoscopio
[ca-lei-do-scò-pio] s.m. (pl. -pi)
1 Apparecchio ottico costituito da un tubo di materia opaca che, rivolto verso la luce e girato lentamente, mostra figure geometriche e simmetriche, sempre diverse, prodotte da pezzetti di vetro mobili, riflessi mediante il gioco di due specchi piani disposti ad angolo
2 fig. Varietà di cose, di fatti mutevoli: un c. d'immagini, di avvenimenti
[ca-lei-do-scò-pio] s.m. (pl. -pi)
1 Apparecchio ottico costituito da un tubo di materia opaca che, rivolto verso la luce e girato lentamente, mostra figure geometriche e simmetriche, sempre diverse, prodotte da pezzetti di vetro mobili, riflessi mediante il gioco di due specchi piani disposti ad angolo
2 fig. Varietà di cose, di fatti mutevoli: un c. d'immagini, di avvenimenti
Va a finire che c'è sempre di mezzo quella cosa lì che non ha mica ancora capito nessuno.
E nemmeno io eh, non l'ho mica capita.
Che non esistono le certezze, nella vita. Che quelle che credo essere tali sono solo rassicuranti illusioni. Sono belle favole che utilizzo come espedienti per starmene qui, cercando di non morire di infarto da giovane.
Volendocisi avvicinare quanto più possibile, esistono quelle che "credo essere certezze" (ma che scoprirò non esserlo, nel breve-medio o lungo periodo), che fanno parte di una categoria concettuale molto diversa, in quanto annoverabili nelle credenze, appunto. Ovvero perfettamente soggette al libero arbitrio, al mio mondo di valori, autoinganni, momenti storici e punti di vista.
Esiste ciò che più si avvicina alla mia idea di certezza, ma è un avvicinarsi asintotico. Resta una sensazione di ineffabilità, di mancanza, di imperfezione.
"Certezza" è una parola che è già fuggita nel momento esatto in cui ho terminato di scriverla.
La realtà è che la vita cambia sempre. Cambiano le stagioni dell'anno, del cuore, le sensazioni, i dettagli, gli stati d'animo. I momenti, i colori, le persone, le percezioni, il coraggio. La voglia di sperimentarsi. I contesti.
Come se ci fosse un piano divino (o infernale) un pochino sadico, diabolico. Che si diverte da morire a farmi scombinare, a rivedere, a ripensare, a domandarmi senza trovare risposta, senza trovare certezza, appunto.
Ogni giorno devo rimettere in fila dei pezzettini, incasellarli, provare a dare una parvenza di ordine quanto più a me congeniale, sapendo già che domani sarà di nuovo scombinato.
E' difficile quanto affascinante. Doloroso quanto significativo.
Oppure ancora come se da lassù sapessero (qualcuno del gruppo divino, qualunque Egli sia) quali sono le mie Paure, i miei Uomini Neri, i miei Lupi e me li riproponessero sotto forma di situazioni concrete, esperienze, scelte da fare, prove da superare.
Sviluppare queste caratteristiche di Personalità* potrebbe donarmi un'idea salvifica delle Tribolazioni Umane:
- Coraggio, Velleità, Virtù
- Cuore, Amore, Passione
- Bellezza interiore, Spiritualità
- Cervello, Sinapsi e neuroni ben connessi
- Umiltà, Rendersi conto di/che
- Intelligenza emotiva e sociale, empatia, comprensione, ascolto
- Leggerezza, dare il giusto peso
- Ironia e Autoironia, scherzare
- Calma, gentilezza, serenità
- Forza, tenacia, perseveranza, combattività
E poi, quella fondamentale.
Quella senza la quale non c'è storia, non c'è soluzione.
- IL CULO.
*Martin E.P. Seligman, fondatore della Psicologia Positiva, ha messo a punto l'unico test disponibile on line scientificamente valido e gratuito per valutare le Caratteristiche di Personalità, il VIA Survey.
Il Culo non rientra nelle categorie, a ben guardare, ma credo l'abbiano omesso solo per la versione italiana che, si sa, in Italia devono sempre censurare le cose più divertenti e vicine alla Verità.
giovedì 18 settembre 2014
Il Tutto è più della somma delle Parti. [Lezioni di Psicologia della Gestalt]
Non posso saperlo mai, se una scelta è giusta o sbagliata.
Neanche in corso d'opera.
Neanche con una previsione attendibile.
Neanche una volta fatta e viste le conseguenze.
Non lo so mai, perchè ogni scelta fatta preclude per definizione tutte le altre possibilità in gioco.
Dichiara conclusa una partita, in modo momentaneo se vuoi, ma circoscrive e delimita i confini delle situazioni. Confini che sono psicologici, personali e sociali. Detta certe regole, certe imposizioni.
Pero' anche le scelte che a prima vista possono rivelarsi sbagliate per me necessitano di una accurata analisi razionale, una dovuta attenzione nel particolare.
Nonostante possa aver sbagliato la tempistica, il luogo, i punti di riferimento, alcune valutazioni e un po' di misure (cosa del tutto probabile), resta un fatto incontrovertibile: ogni singola scelta, azione, pensiero, decisione porta consapevolezze, e ancora prima emozioni.
Porta altre decisioni, situazioni, altre consapevolezze.
Crea.
E mi forma. Mette dei pezzettini nel mio modo di essere e di guardare il mondo.
Emozioni più o meno belle, più o meno intense, che mi portano nel mondo del "fare", del "provare" del "buttarsi nelle cose per vedere come sono". Emozioni che poi si trasformano in sentimenti, stati d'animo, tratti di personalità, caratterizzazioni, qualità, difetti, ansie, gioie, esperienze, bellezze e lacune.
Ed è tutto quello che mi permette di essere quella che sono, di essere arrivata ad oggi con il bagaglio delle situazioni vissute, delle idee pensate, delle cose riuscite o distrutte. Tutto quello che mi rende felice e soddisfatta, nonostante le paure e i dubbi. Nonostante i momenti difficili, di fronte a me stessa, quando mi giudico duramente e mi guardo vivere "da fuori".
Ogni scelta prepara il terreno per una serie di accadimenti, di vicende e di situazioni che devo saper affrontare imparando le competenze necessarie sul momento. Spesso improvvisando. Perchè serve velocità di valutazione e velocità di risposta, nella vita. Per non perdersi il bello, per non restare indietro. Per vedere subito il paesaggio che c'è. A costo di soffire un po'. A costo di percepire quell'intrinseca solitudine della condizione umana.
La vita è come una difficilissima Scuola di Formazione Teatrale.
In cui ho imparato anche a far di conto, l'inglese, la sintassi e l'analisi grammaticale (in via teorica, almeno). Mi fa improvvisare, mi fa sperimentare un sacco di ruoli, mi fa ridere e piangere, mi stupisce e mi delude. Mettendomi costantemente alla prova.
E con più riesco a restare fedele a quella che sono davvero, nonostante tutti i vari copioni che scelgo, con più sono orgogliosa di me stessa.
Con più sento di aver raggiunto un traguardo importante, qualunque esso sia.
Le cose che non prevedo o che non mi aspetto sono quelle che poi alla fine della fiera lasciano un segno indelebile, che mi agganciano bene e mi fanno guardare dentro. Mi danno una lente di ingrandimento su ciò che non voglio vedere, sulle paure, sul vuoto sotto di me e su ciò che non credo possibile.
Mi spronano a vivere, a sentire, a emozionarmi, a confrontarmi con limiti, incoerenze e debolezze, a fare semplicemente quello che mi sento di fare, perchè è solo così che mi sento di vivere.
(Oh, anche meno eh).
Ps.
Sì, è lunedi.
Ed è settembre.
Ho dimenticato la frutta per merenda.
E ho il ciclo.
Portate pazienza, via.
martedì 29 luglio 2014
Innumerevoli spermatozoi del Cervello.
E' facile fare sesso.
Il groviglio di corpi. Il provocarsi recoproco.
Il tatto, la vista, l'udito, il gusto, l'olfatto.
E' facile la stimolazione, la lascivia, quando percepisco un piccolo feeling di pelle.
E' facile giocare senza implicazioni con, senza dover spiegare che, preoccuparsi di, rendere conto a.
Si, anche per le donne. Abbiamo imparato anche noi. A fare ginnastica orizzontale. E' liberatorio, anti stress (toccasana per umore, pelle e capelli) e regala questa sensazione di consapevolezza mista a indipendenza se entrambe le parti prendono e danno niente di più e niente di meno di quello che si è in grado. Senza promesse, nè aspettative.
Però alle volte riporta al confronto, alla differenza sostanziale con una faccenda di diversa categoria.
Ovvero che.
E' difficile fare l'amore.
L'apertura emotiva. Il coinvolgimento. C'è sempre in sottofondo quella paura di ferirmi. Mi racconto che no, non ne vale la pena. Il che spesso è vero. Ma, appunto, alle volte e' bello raccontarsela. E' comodo.
E' difficile creare quella confidenza e stima e complicità e rispetto e tutto maledettamente insieme con una persona che magari incontro a metà di un cammino che non conosco, che non comprendo, che ha leggi e regole perfettamente estranee e diverse dalle mie. Con un trascorso, idee, pensieri e difese dei quali nulla mi è dato sapere. Mi costringe ad andare per tentativi, ipotesi e interpretazioni - e si sa - le interpretazioni sono sbagliate. Quasi sempre. Perché sono figlie legittime dei miei criteri, appartengono al mio mondo dispotico di insindacabili giudizi e perentori punti di vista.
Una sorta di piccole città diverse e anche lontane magari, che provano a "relazionarsi" quando le basi sono già state gettate, i progetti già delineati, i piani regolatori approvati e i muri eretti. Con cemento e calce. Fatica e sudore. Pazienza, testardaggine e convinzione. Con la giunta comunale eletta, per di più. Pertanto la comunicazione risulta così complicata.
Se fosse così facile conquistare un cervello come conquistare un corpo il mondo sarebbe diverso. Sarebbe bello quasi sempre - anche quando piove tutto Luglio e quando grandina sull' auto, anche quando litigo con me stessa e mi faccio così incazzare - ci sarebbero più creatività, più idee, più empatie, tolleranze, spunti per imparare. Ci sarebbe l'impegno a volersi conoscere, comprendere, ascoltare in un gioco circolare e reciproco di punti di vista e squarci di vita.
Di conseguenza avremmo quel bagaglio prezioso di "cose che contano davvero" che peserebbe sempre di più, giorno dopo giorno, e arriveremmo alla fine dell'esistenza immobili - un po' per il peso e un po' per l'osteoporosi - ma con una ricchezza inestimabile dentro l'anima.
Quella che ci dice chi siamo e che nessuno mai potrà rubare.
Il groviglio di corpi. Il provocarsi recoproco.
Il tatto, la vista, l'udito, il gusto, l'olfatto.
E' facile la stimolazione, la lascivia, quando percepisco un piccolo feeling di pelle.
E' facile giocare senza implicazioni con, senza dover spiegare che, preoccuparsi di, rendere conto a.
Si, anche per le donne. Abbiamo imparato anche noi. A fare ginnastica orizzontale. E' liberatorio, anti stress (toccasana per umore, pelle e capelli) e regala questa sensazione di consapevolezza mista a indipendenza se entrambe le parti prendono e danno niente di più e niente di meno di quello che si è in grado. Senza promesse, nè aspettative.
Però alle volte riporta al confronto, alla differenza sostanziale con una faccenda di diversa categoria.
Ovvero che.
E' difficile fare l'amore.
L'apertura emotiva. Il coinvolgimento. C'è sempre in sottofondo quella paura di ferirmi. Mi racconto che no, non ne vale la pena. Il che spesso è vero. Ma, appunto, alle volte e' bello raccontarsela. E' comodo.
E' difficile creare quella confidenza e stima e complicità e rispetto e tutto maledettamente insieme con una persona che magari incontro a metà di un cammino che non conosco, che non comprendo, che ha leggi e regole perfettamente estranee e diverse dalle mie. Con un trascorso, idee, pensieri e difese dei quali nulla mi è dato sapere. Mi costringe ad andare per tentativi, ipotesi e interpretazioni - e si sa - le interpretazioni sono sbagliate. Quasi sempre. Perché sono figlie legittime dei miei criteri, appartengono al mio mondo dispotico di insindacabili giudizi e perentori punti di vista.
Una sorta di piccole città diverse e anche lontane magari, che provano a "relazionarsi" quando le basi sono già state gettate, i progetti già delineati, i piani regolatori approvati e i muri eretti. Con cemento e calce. Fatica e sudore. Pazienza, testardaggine e convinzione. Con la giunta comunale eletta, per di più. Pertanto la comunicazione risulta così complicata.
Se fosse così facile conquistare un cervello come conquistare un corpo il mondo sarebbe diverso. Sarebbe bello quasi sempre - anche quando piove tutto Luglio e quando grandina sull' auto, anche quando litigo con me stessa e mi faccio così incazzare - ci sarebbero più creatività, più idee, più empatie, tolleranze, spunti per imparare. Ci sarebbe l'impegno a volersi conoscere, comprendere, ascoltare in un gioco circolare e reciproco di punti di vista e squarci di vita.
Di conseguenza avremmo quel bagaglio prezioso di "cose che contano davvero" che peserebbe sempre di più, giorno dopo giorno, e arriveremmo alla fine dell'esistenza immobili - un po' per il peso e un po' per l'osteoporosi - ma con una ricchezza inestimabile dentro l'anima.
Quella che ci dice chi siamo e che nessuno mai potrà rubare.
venerdì 25 luglio 2014
Questione di Misure.
La consapevolezza dell'esatta quantità di energie investite e di identificazione in una questione o un progetto si acquisisce con maggior precisione solo e se quest'ultimi dovessero malauguratamente fallire o prendere direzioni diverse da quelle auspicate.
Il fallimento è l'indicatore che utilizzo per capire quanto mi sono identificata, quanto ho investito: solo esso mi porta alla realtà con la sofferenza che provoca. Quando le situazioni prendono direzioni diverse da quelle che avevo immaginato sento uno strappo. E quello che viene a mancare nel mio bagaglio è proprio quella quantità n di risorse che avevo investito nella direzione opposta, quella che per me era auspicabile. Ma che è rimasta solo "in potenza", vuota, oppure addirittura resta distrutta.
Per questo motivo mi sono ripromessa di imparare a bilanciare con cura la percentuale con cui mi identifico nei vari settori dell' esistenza. Ovvero, identificazione pressapoco allo stesso livello con amicizie, lavoro, hobby, sport, realizzazione personale, ambizione, snowboard, relazione più o meno fisica, relazione più o meno sentimentale, relazione più o meno spirituale, cuore, anima, vacanze, fatica, senso della vita. E ciappini vari.
Con più mi identifico con uno solo o con pochi settori tra quelli esistenti, maggiore sarà il senso di vuoto e di perdita, qual'ora dovessi perdere/sbagliare/essere sconfitta/non piacere/fallire.
Il rischio di essere disintegrata cresce al crescere della percentuale.
Vorrei sempre ricordarmi l'importanza del coltivare: amicizie, sentimenti positivi, serenità, situazioni e contesti diversi, hobby, passioni, marij**** (ops!), ricordi, interessi, persone.
Potrebbe essere vista anche come una raffinata forma di paraculaggine.
Io invece la annovero nell' abc, nel manuale di istruzioni per la sopravvivenza alla Vita.
(E per evitare gli attacchi di panico).
Il fallimento è l'indicatore che utilizzo per capire quanto mi sono identificata, quanto ho investito: solo esso mi porta alla realtà con la sofferenza che provoca. Quando le situazioni prendono direzioni diverse da quelle che avevo immaginato sento uno strappo. E quello che viene a mancare nel mio bagaglio è proprio quella quantità n di risorse che avevo investito nella direzione opposta, quella che per me era auspicabile. Ma che è rimasta solo "in potenza", vuota, oppure addirittura resta distrutta.
Per questo motivo mi sono ripromessa di imparare a bilanciare con cura la percentuale con cui mi identifico nei vari settori dell' esistenza. Ovvero, identificazione pressapoco allo stesso livello con amicizie, lavoro, hobby, sport, realizzazione personale, ambizione, snowboard, relazione più o meno fisica, relazione più o meno sentimentale, relazione più o meno spirituale, cuore, anima, vacanze, fatica, senso della vita. E ciappini vari.
Con più mi identifico con uno solo o con pochi settori tra quelli esistenti, maggiore sarà il senso di vuoto e di perdita, qual'ora dovessi perdere/sbagliare/essere sconfitta/non piacere/fallire.
Il rischio di essere disintegrata cresce al crescere della percentuale.
Vorrei sempre ricordarmi l'importanza del coltivare: amicizie, sentimenti positivi, serenità, situazioni e contesti diversi, hobby, passioni, marij**** (ops!), ricordi, interessi, persone.
Potrebbe essere vista anche come una raffinata forma di paraculaggine.
Io invece la annovero nell' abc, nel manuale di istruzioni per la sopravvivenza alla Vita.
(E per evitare gli attacchi di panico).
giovedì 24 luglio 2014
La chiamavamo Esperienza. Ah, no. Era solo Semplice Evidenza.
Analisi spicciola di cose e fatti realmente accaduti a me e alla mia amica Anto (soprattutto se insieme).
Considerazioni più o meno ragionate con doverosa cognizione di causa:
- Un visagista, nel momento in cui ti guarda e ti fissa con insistenza le labbra, non ha in testa la scena di una tua fellatio, sta semplicemente valutando il grado armonico della tonalità Mauve Cindrè del tuo rossetto.
[da: "Incontri ravvicinati con visagista impegnato, durante l'anno sabbatico, nella valutazione delle coordinate astrali e delle tendenze trucco occhi PE 2015]
- I Dirigenti, in generale, sono noiosi e problematici perchè devono far quadrare il Bilancio. Meglio la categoria Bikers. Accaniti fumatori e dotati almeno, dico almeno, di tatuaggio in faccia.
La semplicità vince sempre.
[da: "Incontri balneari con lattoniere vicino di ombrellone. Seduto sulla sedia-sdraio. Necessaire da spiaggia: crema Nivea Blu per prevenzione screpolatura mani - quella che usano sui tetti, quattro pacchetti di Marlboro rosse, sette Beck's, solleone dalle 12 alle 16, disquisizione sul necessario rapporto rude uomo-donna, mascherato da un registro linguistico raffinato].
- Quando senti energia positiva te puoi pure magnà i Tarallucci coll' Amministatore Delegato - al quale sei poi costretta a fare da confidente quando ti racconterà delle sue tre amanti e proverà (in) direttamente a valutare una tua eventuale propensione nel metterti in lizza per il quarto posto.
[da: "Incontri aziendali con il detentore del potere decisionale per proporre un servizio interinale. Colui che è responsabile di un microcosmo, di una realtà della quale si sente signore e padrone. Nella sua testa si sta chiedendo se anche tu potresti farne parte. Probabimente state pensando a due diverse tipologie di forniture però]
- L' errore più grave quando conosci un uomo è il volere per forza - a tutti i costi - farsi apprezzare, farsi conoscere, farsi valere, far sapere che si è brave e che no - mica lo facciamo con tutti, di scrivere quelle robe lì, di comportarsi così, cioè che magari la prima sera ci si diverte e non si deve rendere conto a nessuno.
E invece, io dico. Ma chissenefrega.
Di far davvero capire come sono, chi sono.
Sono io che devo capire quando davvero ne vale la pena, di farmi conoscere. E di divertirmi, anche.
Imparare l'arte dell' accurata selezione.
[da: "Riflessioni su inaspettati inviti e incoerenti comportamenti maschili. Quanto il mondo sarebbe migliore se solo la smettessimo di cercare sempre una spiegazione a tutto]
- Il più necessario e impellente "in bocca al lupo", quello più utile e sentito, non è quello per un appuntamento, un esame o un colloquio. E' quello rivolto con il cuore ad un tuo caro amico che decide imprudentemente di trascorrere una Domenica di Novembre dentro l' Ikea.
[da: "Riflessioni sulle urgenze di arredare casa. Sul poco tempo libero. Sul numero di pezzi di cui può essere composto un Malm. E sulla lungimiranza degli Svedesi nel rapportare tutto questo ai tuoi 48 mt quadri calpestabili]
- Agli uomini supponenti, un filo egocentrici, che pensano di governare ogni singolo equilibrio terrestre, nel momento in cui ti dicono "non ti innamorare" è bellissimo rispondere "scusa, di chi?".
Nella vita è da provare, fosse anche solo per vedere la faccia.
[da: "Incontri con Colui che nulla chiede, tutto può, prende, non si espone, non racconta, nulla lo scalfisce, ed è arrivato il giusto contingente momento di fargli capire che ti fa annoiare a morte]
- Non impareremo mai a fare il coniglio come nostra madre. Inoltre, le tende sono sempre argomento di grande attualità, quasi quanto il meteo.
[da: "Riflessioni dopo una cena insieme, con le tende nuove, il coniglio nostrano e una bottiglia di Lambrusco]
- Sms o Uazzapp con messaggi maschili che contengono un numero superiore alle nove parole, articoli compresi, possono essere paragonati alla Rivoluzione d' Ottobre o all' Hamburger del Caffè degli Artisti di Cesenatico.
[da: "Riflessioni sulla dicotomia: discorsi prolissi, particolareggiati ed esaurienti corredati di grande enfasi, barocchismi e merletti - donna - VS discorsi asciutti, scarni, concisi, laconici e lapidari - uomo. Basta guardare la quantità di colore verde della vostra chat di Uazzapp in confronto alla sua "]
FINE.
Considerazioni più o meno ragionate con doverosa cognizione di causa:
- Un visagista, nel momento in cui ti guarda e ti fissa con insistenza le labbra, non ha in testa la scena di una tua fellatio, sta semplicemente valutando il grado armonico della tonalità Mauve Cindrè del tuo rossetto.
[da: "Incontri ravvicinati con visagista impegnato, durante l'anno sabbatico, nella valutazione delle coordinate astrali e delle tendenze trucco occhi PE 2015]
- I Dirigenti, in generale, sono noiosi e problematici perchè devono far quadrare il Bilancio. Meglio la categoria Bikers. Accaniti fumatori e dotati almeno, dico almeno, di tatuaggio in faccia.
La semplicità vince sempre.
[da: "Incontri balneari con lattoniere vicino di ombrellone. Seduto sulla sedia-sdraio. Necessaire da spiaggia: crema Nivea Blu per prevenzione screpolatura mani - quella che usano sui tetti, quattro pacchetti di Marlboro rosse, sette Beck's, solleone dalle 12 alle 16, disquisizione sul necessario rapporto rude uomo-donna, mascherato da un registro linguistico raffinato].
- Quando senti energia positiva te puoi pure magnà i Tarallucci coll' Amministatore Delegato - al quale sei poi costretta a fare da confidente quando ti racconterà delle sue tre amanti e proverà (in) direttamente a valutare una tua eventuale propensione nel metterti in lizza per il quarto posto.
[da: "Incontri aziendali con il detentore del potere decisionale per proporre un servizio interinale. Colui che è responsabile di un microcosmo, di una realtà della quale si sente signore e padrone. Nella sua testa si sta chiedendo se anche tu potresti farne parte. Probabimente state pensando a due diverse tipologie di forniture però]
- L' errore più grave quando conosci un uomo è il volere per forza - a tutti i costi - farsi apprezzare, farsi conoscere, farsi valere, far sapere che si è brave e che no - mica lo facciamo con tutti, di scrivere quelle robe lì, di comportarsi così, cioè che magari la prima sera ci si diverte e non si deve rendere conto a nessuno.
E invece, io dico. Ma chissenefrega.
Di far davvero capire come sono, chi sono.
Sono io che devo capire quando davvero ne vale la pena, di farmi conoscere. E di divertirmi, anche.
Imparare l'arte dell' accurata selezione.
[da: "Riflessioni su inaspettati inviti e incoerenti comportamenti maschili. Quanto il mondo sarebbe migliore se solo la smettessimo di cercare sempre una spiegazione a tutto]
- Il più necessario e impellente "in bocca al lupo", quello più utile e sentito, non è quello per un appuntamento, un esame o un colloquio. E' quello rivolto con il cuore ad un tuo caro amico che decide imprudentemente di trascorrere una Domenica di Novembre dentro l' Ikea.
[da: "Riflessioni sulle urgenze di arredare casa. Sul poco tempo libero. Sul numero di pezzi di cui può essere composto un Malm. E sulla lungimiranza degli Svedesi nel rapportare tutto questo ai tuoi 48 mt quadri calpestabili]
- Agli uomini supponenti, un filo egocentrici, che pensano di governare ogni singolo equilibrio terrestre, nel momento in cui ti dicono "non ti innamorare" è bellissimo rispondere "scusa, di chi?".
Nella vita è da provare, fosse anche solo per vedere la faccia.
[da: "Incontri con Colui che nulla chiede, tutto può, prende, non si espone, non racconta, nulla lo scalfisce, ed è arrivato il giusto contingente momento di fargli capire che ti fa annoiare a morte]
- Non impareremo mai a fare il coniglio come nostra madre. Inoltre, le tende sono sempre argomento di grande attualità, quasi quanto il meteo.
[da: "Riflessioni dopo una cena insieme, con le tende nuove, il coniglio nostrano e una bottiglia di Lambrusco]
- Sms o Uazzapp con messaggi maschili che contengono un numero superiore alle nove parole, articoli compresi, possono essere paragonati alla Rivoluzione d' Ottobre o all' Hamburger del Caffè degli Artisti di Cesenatico.
[da: "Riflessioni sulla dicotomia: discorsi prolissi, particolareggiati ed esaurienti corredati di grande enfasi, barocchismi e merletti - donna - VS discorsi asciutti, scarni, concisi, laconici e lapidari - uomo. Basta guardare la quantità di colore verde della vostra chat di Uazzapp in confronto alla sua "]
FINE.
venerdì 11 luglio 2014
Omissis. Condizionali. Friday's Thoughts.
La play station e i social network hanno eliminato i giochi pericolosi.
Arrampicarsi sugli alberi, pattinare sull'asfalto, girare in due in bicicletta con quello dietro in piedi sul portapacchi, il calcetto nel campo piccolo, le discese dai garage con il bob quando nevica, affogarsi vicendevolmente in acqua e tutte quelle prove per le matricole nelle scuole superiori.
Oggi l'energia fisica viene sublimata in altri modi. Più sterili, più solitari.
A questa generazione di bambini è stata vietata l'esperienza del pericolo, sono stati privati della paura.
E con la paura si cresce.
All'ultima parola, alla cautela, al dire - tengo il fare - , a cercare la conversazione ad ogni costo, a lamentarmi di quello che non ho - di quello che non sono, alle parole inutili che servono per una sterile rivalsa verso qualcuno che mi da fastidio o che non mi accetta per come sono.
A voler essere compresa ad ogni costo, alla paura dei cambiamenti.
Quando mi sdraio per terra, sul pavimento, in spiaggia, in tenda, sul tappeto, quando cioè la schiena viene proprio a contatto con il terreno, ecco, è come se il tempo di fermasse. La mente si chiarisce. Penso meno, le sofferenze si alleviano.
Dovrei ricordarmi di farlo una volta al giorno.
Dovrei innamorarmi delle persone per come realmente sono e non per l'idea che ho di loro.
Le idee sono soggette al momento, allo stato d'animo, sono falsate da quei pochi elementi che mi colpiscono, ma che non fanno il tutto.
Un'idea è tanto attendibile quanto più riesce a considerare tutto lo scibile di elementi in gioco, variabili, contesto, mettersi nei panni di, empatia, conoscenza dei fatti, consapevolezza delle debolezze proprie e altri.
Prima di avere un'idea dovrei conoscere il maggior numero di elementi possibili.
Mai il contrario.
Se una persona non gioca, non sta al tuo scherzo - che comunque è uno scherzo di prontezza, ironia, gioco delle parti, insegui-fuggi-insegui-fuggi - allora è un problema suo.
Dovrei ricordarmi una cosa prioritaria: quando è il momento di lasciar perdere.
La bellezza svanisce, la perfezione del momento presente fallisce inesorabilmente nell'esatto momento in cui rendo qualcuno responsabile della mia felicità.
Per essere quella che sono ora non posso recriminare le mie scelte passate, soprattutto quelle che si sono rivelate sbagliate, le cose fatte male, le esperienze vissute, le debolezze mostrate, le vicissitudini disastrose, gli errori clamorosi, le sconfitte, le bassezze, le difficoltà, i cambiamenti che la vita ha deciso per me.
Sono queste falle, proprio queste, che mi hanno formato. E mi hanno permesso di conquistare piccole consapevolezze terrene.
Siamo il risultato di otturazioni saltate, sogni perduti, nostalgie struggenti, abbandoni, rifiuti, aspettative deluse, traguardi mancati, profumi d'infanzia, d'estate, di tigli e bomboloni appena sfornati.
Qualcuno che ai miei occhi è stato estremamente bello di spirito viene inesorabilmente annoverato tra le persone che hanno il tacito quanto inconsapevole compito di farmi da guida, nel complicato intreccio della vita che accade.
E per concludere in leggerezza.
Dio disse ad Eva, quando mangiò la mela, "partirirai con dolore".
Omise una frase.
"...E avrai la cellulite per tutta la vita".
Morale: "dobbiamo essere buoni"
venerdì 23 maggio 2014
Learn to. [#Lezione 1]
#Lezione 1:
Learn to let people and things go.
(Del perchè, alla fine, succede spesso che la strada che si percorre insieme a qualcuno, o qualcosa, diventa la strada che percorri da solo).
Una amica che va ad abitare lontano. O che si sposa e ha dei figli. O entrambe le cose.
Un amico che si fidanza e non ti dedica più tutte le chiacchierate, il tempo e i consigli di prima (consigli maschili, ergo facenti parte dell'insieme Finito - ma Illuminato - delle Verità Rivelate).
L'insegnante che ti ha insegnato le cose più utili sulla faccia della terra che smette di insegnare.
La persona con la quale flirti che smette di flirtare. Succede che non lo chiami più, che non lo vedi più. Che non ti chiama più lui. Insomma succede che Fine. Non era persona, non era momento.
Non gli piacevi abbastanza.
O non ti piaceva abbastanza.
(Spoiler: le donne si sono mediamente rotte i coglioni di essere innamorate dell' Amore).
La biro della Laurea, la piastra GHD che fa i capelli perfetti togliendo l'effetto scopa, le scarpe con il tacco spelato dai sanpietrini. Le sneakers ormai senza più suola.
L'orecchino che cade e si rompe in mille pezzi. Gli occhiali da sole lasciati sul treno. L'ombrello che ti rubano fuori dal negozio o dalla biblioteca. E che tu, con tutta probabilità ruberai a tua volta, se piove.
Insomma, imparare a fare senza.
Di tutti, di tutto.
(Non proprio, ma il senso lo avete capito).
Lasciare che ogni persona, ogni cosa segua il proprio destino.
Learn to let people and things go.
(Del perchè, alla fine, succede spesso che la strada che si percorre insieme a qualcuno, o qualcosa, diventa la strada che percorri da solo).
Una amica che va ad abitare lontano. O che si sposa e ha dei figli. O entrambe le cose.
Un amico che si fidanza e non ti dedica più tutte le chiacchierate, il tempo e i consigli di prima (consigli maschili, ergo facenti parte dell'insieme Finito - ma Illuminato - delle Verità Rivelate).
L'insegnante che ti ha insegnato le cose più utili sulla faccia della terra che smette di insegnare.
La persona con la quale flirti che smette di flirtare. Succede che non lo chiami più, che non lo vedi più. Che non ti chiama più lui. Insomma succede che Fine. Non era persona, non era momento.
Non gli piacevi abbastanza.
O non ti piaceva abbastanza.
(Spoiler: le donne si sono mediamente rotte i coglioni di essere innamorate dell' Amore).
La biro della Laurea, la piastra GHD che fa i capelli perfetti togliendo l'effetto scopa, le scarpe con il tacco spelato dai sanpietrini. Le sneakers ormai senza più suola.
L'orecchino che cade e si rompe in mille pezzi. Gli occhiali da sole lasciati sul treno. L'ombrello che ti rubano fuori dal negozio o dalla biblioteca. E che tu, con tutta probabilità ruberai a tua volta, se piove.
Insomma, imparare a fare senza.
Di tutti, di tutto.
(Non proprio, ma il senso lo avete capito).
Lasciare che ogni persona, ogni cosa segua il proprio destino.
martedì 25 marzo 2014
E io che mi credevo. (Interpretazioni ostinate e contrarie).
Durante il mio percorso di lettrice, breve o lungo - a seconda del punto di riferimento che si utilizza - ho osservato un fatto.
Un fatto evidente, semplice, perfettamente sincrono e preciso.
Sin dai primi due libri letti, nel lontano 1996, "Il Gabbiano Jonathan Livinstone" e "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", arrivando fino all' ultimo, letto ieri, "l' Arte della vita" di Zygmunt Bauman, ho sempre creduto di essere io a scegliere i libri da leggere.
Illusa.
Ho sempre pensato di decidere cosa leggere e quando. (Che in parte è pur vero, ma la relazione non è così unidirezionale come pensavo fosse). Invece, viene fuori che il "cosa" e il "quando" non sono così arbitrari.
Ovvero, la controparte fa il proprio gioco, la propria scelta. Sceglie o meno di essere lì, di farsi leggere, di farsi conoscere e interpretare. In quel preciso momento.
I libri si fanno trovare nell'esatto momento in cui abbiamo bisogno di loro, nell' esatto momento in cui vogliono dirci qualcosa di importante. Sono in grado di aiutarci, sostenerci, consolarci.
Ci rigenerano. Ci rendono forti o sensibili. Più consapevoli. Più adulti.
Ci "provano" ad una relativa verità adattabile alle nostre vicende personali.
Ed è un compito che assolvono sempre, come instancabili aiutanti, empatici amici, come amorevoli compagni di avventure, Spiriti-Guida presenti in ogni favola.
Leggendo tra le righe trovo risposte, ancora prima, trovo le giuste domande. Trovo ciò che mi stavo chiedendo, che mi stava arrovellando un po' il cervello. Ritrovo un pezzetto di me.
Credo che questo sia uno dei motivi per cui chi ama leggere, legge.
Con la differenza che sono i libri che ci scelgono, anche se siamo convinti del contrario.
Hanno un tempismo che spacca il giorno, la settimana, il momento.
E succede così un po' anche con i fatti della vita, con le persone, con le situazioni.
Succedono, "capitano" proprio per un motivo, non sono mai random. Mai casuali.
Servono per capirci, per crescere, per capire gli errori e metterci alla prova nel campo di sperimentazione semplicissimo, struggente, fantastico, complesso - tutto allo stesso tempo - che è la vita.
Un delicato, sottile gioco di equilibri.
E di nervi saldi (come dice un caro amico).
Tanto difficile da comprendere e difficile da interpretare, quanto divertente ed entusiasmante se preso con la giusta dose di consapevolezza, leggerezza e ironia.
E AUTOIRONIA.
Nel bene e nel male.
L' autoironia è ciò che ci salva, la leva di emergenza che ristabilisce lo status quo.
Da tenere sempre presente.
(Anche durante la lettura della filosofia in South Park).
Un fatto evidente, semplice, perfettamente sincrono e preciso.
Sin dai primi due libri letti, nel lontano 1996, "Il Gabbiano Jonathan Livinstone" e "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", arrivando fino all' ultimo, letto ieri, "l' Arte della vita" di Zygmunt Bauman, ho sempre creduto di essere io a scegliere i libri da leggere.
Illusa.
Ho sempre pensato di decidere cosa leggere e quando. (Che in parte è pur vero, ma la relazione non è così unidirezionale come pensavo fosse). Invece, viene fuori che il "cosa" e il "quando" non sono così arbitrari.
Ovvero, la controparte fa il proprio gioco, la propria scelta. Sceglie o meno di essere lì, di farsi leggere, di farsi conoscere e interpretare. In quel preciso momento.
I libri si fanno trovare nell'esatto momento in cui abbiamo bisogno di loro, nell' esatto momento in cui vogliono dirci qualcosa di importante. Sono in grado di aiutarci, sostenerci, consolarci.
Ci rigenerano. Ci rendono forti o sensibili. Più consapevoli. Più adulti.
Ci "provano" ad una relativa verità adattabile alle nostre vicende personali.
Ed è un compito che assolvono sempre, come instancabili aiutanti, empatici amici, come amorevoli compagni di avventure, Spiriti-Guida presenti in ogni favola.
Leggendo tra le righe trovo risposte, ancora prima, trovo le giuste domande. Trovo ciò che mi stavo chiedendo, che mi stava arrovellando un po' il cervello. Ritrovo un pezzetto di me.
Credo che questo sia uno dei motivi per cui chi ama leggere, legge.
Con la differenza che sono i libri che ci scelgono, anche se siamo convinti del contrario.
Hanno un tempismo che spacca il giorno, la settimana, il momento.
E succede così un po' anche con i fatti della vita, con le persone, con le situazioni.
Succedono, "capitano" proprio per un motivo, non sono mai random. Mai casuali.
Servono per capirci, per crescere, per capire gli errori e metterci alla prova nel campo di sperimentazione semplicissimo, struggente, fantastico, complesso - tutto allo stesso tempo - che è la vita.
Un delicato, sottile gioco di equilibri.
E di nervi saldi (come dice un caro amico).
Tanto difficile da comprendere e difficile da interpretare, quanto divertente ed entusiasmante se preso con la giusta dose di consapevolezza, leggerezza e ironia.
E AUTOIRONIA.
Nel bene e nel male.
L' autoironia è ciò che ci salva, la leva di emergenza che ristabilisce lo status quo.
Da tenere sempre presente.
(Anche durante la lettura della filosofia in South Park).
giovedì 23 gennaio 2014
L'Arricchimento della Privazione.
Ci pensavo, come sempre a Gennaio, del resto.
Pensavo a quello che è stato il Bilancio del 2013.
Alla fatica del cuore, della testa, di braccia e gambe. Anche alla sua infinita Bellezza.
Alle comiche desuete piccole grandi gioie, alle tragiche, personalissime, incomprensibili interpretazioni di fatti realmente accaduti e di emozioni realmente provate.
Il lavoro da copy, lo snowboard club, la fine stagione direttamente dentro l'Ursus Park, i weekend con le mie amiche, la Paola che mi ha dato un sostegno infinito in un momento molto down, l'Anto, le persone che vedo poco ma che amo e che possiedono un po' delle mie cellule miocardiche.
Il tramonto al Rifugio Stoppani, il viaggio in Puglia con la Family e Trafic, il kite (grazie Marco, grazie sempre, grazie infinite), il lago e tutto il resto intorno - con la tenda nel campeggio di Marina e Giò, il materassino che è poi un modulo e non si gonfia, le sagre di paese, Dj Laghetto, il vento delle 7 del mattino, sdraiarsi a guardare il cielo sul lungolago che è proprio lungo come tutto il lago - a guardare bene.
Provare a fare le stesse cose in modo diverso, con persone nuove, con nuovi compagni di viaggio, di avventure, di belle giornate, osservare e diventare sempre più consapevole, dei meriti e degli errori, della riuscita e del fallimento. Dei limiti e del bello. Con le situazioni, con le cose, con le persone.
Il weekend a Deux Alpes, il falò del ferragosto in spiaggia. Le friselle. Il sole, il sale sugli scogli e la neve sulle piste. Paesaggi contrastanti e sensazioni di libertà.
Imparare a vivere l'incoerenza intrinseca con un pizzico di serenità e ironia, per salvarsi meglio. Per restare svegli.
Chi decide cosa è giusto, d'altra parte? Chi sta dalla parte della ragione? E, dov'è la ragione?
Ha ragione chi è felice.
La complessità e la confusione di quello che vorrei che fosse, di quello che vorrei essere, fare, vivere in questo nuovo anno mi fa partire da una angolatura un filo diversa.
No buoni propositi, desideri, sogni, promemoria. No.
Solo spunti di riflessione su quelle che potrebbero essere rinunce utili, che danno valore, che arricchiscono (tentativi di, per stare low profile e umili).
- Ad avere l'ultima parola.
- A criticare e giudicare quello che fanno le persone intorno a me*. (Tutto - o quasi - cio' che ho giudicato o criticato l'ho fatto, prima o dopo).
- A guardare le persone con i miei occhi. E' l'aspettativa che frega, sempre. (Imparare a guardare le persone con i loro occhi, con le loro ragioni, con il loro mondo. Umiltà, possibilità).
- A lamentarmi di quello che non riesco a fare/a essere/a vivere. (La sfiga non esiste, esistono solo situazioni più o meno difficili da affrontare, proprio ad hoc, per ognuno di noi).
- Alle parole, ai gesti e ai pensieri offensivi. Non servono mai a niente. Solo ad allontanare/rsi.
- Ad accendere la tv e guardare 10 minuti di tutti i canali: da Otto e mezzo, a DMAX, i film degli anni '90 su Iris, Wipeout, Real Time, Focus, Sport Tv, I Puffi (serie originale con i primi disegni), Resident Evil, Colombo, Arnold. (Il Digitale mi ha reso dispersiva).
- A iniziare 3 libri contemporaneamente, pensando (ingenuamente) di finirli prima.
- A sentirmi in colpa, anche quando non dovrei. A dare la colpa, anche quando non dovrei.
- A considerare problemi miei quelli che sono problemi altrui e viceversa. (Attenzione alla delicata fase di discernimento delle due categorie).
- A restare troppo tempo con il broncio, triste. Oppure agitata, preoccupata. (Lo stomaco ringrazia).
- Ad arrabbiarmi per niente, a volere sempre il controllo di tutte le situazioni che vivo, che accadono (lascia che sia, cazzo. Alle volte sì, lascia che sia. Dicono che la vita sa bene quel che fa).
- A prendermi troppo sul serio. (Che palle).
- A voler provare tutti gli sport esistenti in natura (sviluppando pertanto un tratto di personalità definito come "decisionalità").
- A qualche abitudine, come quella di fare sempre le stesse cose. (E provare, valutare, guardare, fare attenzione).
La vita è troppo complessa per noi. Per essere compresa.
Ma possiamo tentare di darne una nostra interpretazione.
Che è quello che facciamo tutti i giorni, in ogni istante, in ogni frazione di secondo.
Con precisione, accuratezza e una fatica che sembra di scalare una montagna o stare sull' A1 a Ferragosto.
Per dire, ricordarsi i generi di prima necessità, ecco.
* Eccezione fatta per Silvio. Su di lui, vale tutto.
venerdì 30 agosto 2013
Punti Fermi. (L'importanza dei).
1- Ci sono delle cose che riescono facili, anche se ad una certa età non sei più sicuro di quali esse siano.
2 - Portare in valigia le scarpe da corsa e usarle al tramonto, tra i trulli salentini, regala una bella emozione.
3 - Perchè ci hanno dato sguardi così profondi sulla vita, anche quando non vorremmo? Anche quando non sarebbero così necessari a causa del dolore che portano con sè, un dolore secco, dritto al cuore?
4 - E' impensabile mangiare le interiora e le frattaglie animali.
5 - L' importanza del sedersi sul gradino davanti a casa e stare lì. Immobili. Come essere in Puglia. Come se al di là del muretto ci fosse il mare.
6 - Basta poco. Basta poco di più. Basta poco più di un Campari. Basta poco di più di un Campari, forse due. Sì, facciamo due. (Per essere sicuri).
7 - Il modo in cui alla fine uno vorrebbe piangere è quello totale, liberatorio, definitivo e necessario per sentirsi vivere, per sentire il rumore della vita che scorre.
Si potrebbe stare molto bene. E senza I-Pod.
8 - Un elemento che potrebbe alzare drasticamente la qualità di vità, oltre ad una casa al mare e una in montagna, credo sia identificabile in una fornitura di pasticciotti alla crema. A vita.
9 - L'amore cambia direzione, cambia forma, cambia terra, parametri, luoghi, circostanze. Cambia persone, case e città. Senza cambiare mai le sue leggi.
Non si esaurisce mai, ma non esiste quella esclusività che crediamo possa durare in eterno.
Questa è la nostra salvezza e la nostra condanna.
10 - Ordinare una pizza con la bufala e i pomodorini freschi.
11 - Quando sono in mezzo al lago, legata ad un kite (sono ancora soggetto passivo), ecco, vorrei qualcuno che stia li con me. A controllare che sia viva, che non mi stia facendo congestione la colazione, che non mi si incastrino i cavi nei piedi, che la vela non si arrotoli 14 volte su se stessa e che le boe restino educatamente a dovuta distanza.
Esisteranno dei volontari, che so, tipo dei water assistant, water-sitter?
11 a) - Quando sono in mezzo al lago, legata ad un kite, devo ricordare di disattivare le notifiche di Whatsapp*
12 - Ho sempre avuto paura della complessità. La complessità, a ben vedere, è ovunque. Per questo si ritorna al punto numero 3 e numero 6. Oppure si fa richiesta scritta di reincarnazione in personaggi tipo Costantino, Antonella Elia e compagnia bella.
Fino ad esaurimento scorte.
13 - Il bastare a se stessi. L'idea che mi trasmettono certe persone. Ecco, quella è. Il bastarsi. Congiunto alla consapevolezza esatta di cosa vuoi, dove sei, cosa stai facendo.
E farlo maledettamente bene.
14 - Mi fa molto ridere la gente che si iscrive in palestra l'8 Gennaio e il 1 Giugno, in preda dai sensi di colpa post-cotechino. La costanza media è di due settimane. Pero', se ci metti anche la sauna e il bagno turco sfiora il record dei 30 giorni.
(La coscienza pulita del poter affermare, "sono andato in palestra", omettendo cosa ci si è andati a fare, nello specifico).
* Per le uscite al lago il cellulare è obbligatorio.
(Questa tecnologia di ammazzerà. Tanto non si sente niente quando chiami in mezzo al lago).
2 - Portare in valigia le scarpe da corsa e usarle al tramonto, tra i trulli salentini, regala una bella emozione.
3 - Perchè ci hanno dato sguardi così profondi sulla vita, anche quando non vorremmo? Anche quando non sarebbero così necessari a causa del dolore che portano con sè, un dolore secco, dritto al cuore?
4 - E' impensabile mangiare le interiora e le frattaglie animali.
5 - L' importanza del sedersi sul gradino davanti a casa e stare lì. Immobili. Come essere in Puglia. Come se al di là del muretto ci fosse il mare.
6 - Basta poco. Basta poco di più. Basta poco più di un Campari. Basta poco di più di un Campari, forse due. Sì, facciamo due. (Per essere sicuri).
7 - Il modo in cui alla fine uno vorrebbe piangere è quello totale, liberatorio, definitivo e necessario per sentirsi vivere, per sentire il rumore della vita che scorre.
Si potrebbe stare molto bene. E senza I-Pod.
8 - Un elemento che potrebbe alzare drasticamente la qualità di vità, oltre ad una casa al mare e una in montagna, credo sia identificabile in una fornitura di pasticciotti alla crema. A vita.
9 - L'amore cambia direzione, cambia forma, cambia terra, parametri, luoghi, circostanze. Cambia persone, case e città. Senza cambiare mai le sue leggi.
Non si esaurisce mai, ma non esiste quella esclusività che crediamo possa durare in eterno.
Questa è la nostra salvezza e la nostra condanna.
10 - Ordinare una pizza con la bufala e i pomodorini freschi.
11 - Quando sono in mezzo al lago, legata ad un kite (sono ancora soggetto passivo), ecco, vorrei qualcuno che stia li con me. A controllare che sia viva, che non mi stia facendo congestione la colazione, che non mi si incastrino i cavi nei piedi, che la vela non si arrotoli 14 volte su se stessa e che le boe restino educatamente a dovuta distanza.
Esisteranno dei volontari, che so, tipo dei water assistant, water-sitter?
11 a) - Quando sono in mezzo al lago, legata ad un kite, devo ricordare di disattivare le notifiche di Whatsapp*
12 - Ho sempre avuto paura della complessità. La complessità, a ben vedere, è ovunque. Per questo si ritorna al punto numero 3 e numero 6. Oppure si fa richiesta scritta di reincarnazione in personaggi tipo Costantino, Antonella Elia e compagnia bella.
Fino ad esaurimento scorte.
13 - Il bastare a se stessi. L'idea che mi trasmettono certe persone. Ecco, quella è. Il bastarsi. Congiunto alla consapevolezza esatta di cosa vuoi, dove sei, cosa stai facendo.
E farlo maledettamente bene.
14 - Mi fa molto ridere la gente che si iscrive in palestra l'8 Gennaio e il 1 Giugno, in preda dai sensi di colpa post-cotechino. La costanza media è di due settimane. Pero', se ci metti anche la sauna e il bagno turco sfiora il record dei 30 giorni.
(La coscienza pulita del poter affermare, "sono andato in palestra", omettendo cosa ci si è andati a fare, nello specifico).
* Per le uscite al lago il cellulare è obbligatorio.
(Questa tecnologia di ammazzerà. Tanto non si sente niente quando chiami in mezzo al lago).
giovedì 16 maggio 2013
Priorità Assolute e Relative.
Domani.
(Sottotitolo)
COSE DA FARE:
Domani ci provo, ad ascoltare l'ultimo dei Daft Punk e l'ultimo di Elio (nonostante conosca solo due canzoni dei primi e sia affezionata ai singoli della vecchia guardia come Tapparella, Pipppero e Ti amo campionato, dei secondi).
Domani inizio "La profezia dell' Armadillo" e termino "Storia delle cause perse".
Domani salvo ogni 5 minuti tutto ciò che scrivo (magari inizio da oggi).
Domani mi ricordo di prendere l'ombrello*, dovesse piovere, vai a sapere.
Domani inizio a guardare trasmissioni come "The Voice", Santoro, Floris e Gabanelli. Magari anche Vespa, se mi avanza del tempo.
Domani rispolvero tutta la gerarchia dei Cavalieri Jedi e il lato Oscuro della Forza, dovesse servirmi, vai a sapere.
Domani provo a non uccidermi con una tavola con le rotelle sotto. Provo a guarire dalle vertigini. E a rispondere al cellulare senza dire "Pronti".
Domani provo a cucinare cose considerate commestibili dal 51% delle persone che conosco, almeno (una sostanziale maggioranza fa la sua differenza).
Imparo anche a giocare a Risiko (questa affermazione richiede un margine più ampio di trattativa con me stessa).
Domani progetto IL futuro. Vabbè, almeno l'estate. Almeno, butto giù una bozza. Almeno (che sia passibile di cambiamento con una frequenza non inferiore alle 48 ore).
Domani imparo una nuova funzione di Excel, dovesse servire per calcolare qualche nuovo aumento delle tasse sul lavoro, sul carburante o sulla casa, vai a sapere. (E imposto la percentuale dell' IVA sul 22%).
Domani mi metto in pari con il programma di Yoga e medito su come Valeria Marini abbia potuto partecipare al mondo dello spettacolo cantando e ballando (non voglio sapere altro). E Fabrizio Corona intercettando e ingravidando. (In tutta onestà, preferivo quando in Tivvù davano Heater Parisi - che di ballare era capace, e Marisa Laurito con la pubblicità - peraltro poco attendibile stando ai risultati - del Bogumil).
Domani guardo le nuove tavole da snow. Dormo di più. Bevo di meno. E smetto di comprare qualsiasi cosa che vedo su E-bay. (Tranne la tavola, appunto).
Domani faccio la dieta e cerco il coraggio di indossare un costume da bagno (che non sia quello olimpionico che, comunque vada, è sempre il peggio del peggio. Con il sempiterno esonero delle taglie 38).
Cerco i vecchi diari, in cui è scritta la mia storia. L'elenco dei libri letti (il primo, nel 1996, credo fosse "Jack Frusciante è uscito dal gruppo"), dei viaggi fatti. Delle cose scritte per ricordare i momenti belli. Le cose belle. Le persone belle.
Domani corro fino a che i muscoli fanno male e provo a fare la scheda nuova. Provo. Riprendo a giocare a calcio, che è sempre molto divertente (soprattutto in attacco).
Domani respiro con calma, osservo e cerco di stare informata su quante più cose possibili.
Domani è un nuovo giorno (di un mese che crea tuttora dubbi sul fatto se sia Maggio o Novembre).
Domani pero'.
Intanto, domani vado al mare*.
[*nell'assoluto delle affermazioni sopra riportate queste due sono quelle che più corrispondono alla Verità Personale e Soggettiva].
.
"Non c'è niente, dico niente, nel mondo animale, minerale e vegetale, proprio niente, che mi abbia mai fatto tanto imprecare quanto il Game Boy". (Zerocalcare).
Non c'è niente da fare.
Il Passato, in un qualche modo, mi rassicura sempre.
Mi sembra una ottima pensata per iniziare a progettare il Futuro.
(Da domani pero').
(Sottotitolo)
COSE DA FARE:
Domani ci provo, ad ascoltare l'ultimo dei Daft Punk e l'ultimo di Elio (nonostante conosca solo due canzoni dei primi e sia affezionata ai singoli della vecchia guardia come Tapparella, Pipppero e Ti amo campionato, dei secondi).
Domani inizio "La profezia dell' Armadillo" e termino "Storia delle cause perse".
Domani salvo ogni 5 minuti tutto ciò che scrivo (magari inizio da oggi).
Domani mi ricordo di prendere l'ombrello*, dovesse piovere, vai a sapere.
Domani inizio a guardare trasmissioni come "The Voice", Santoro, Floris e Gabanelli. Magari anche Vespa, se mi avanza del tempo.
Domani rispolvero tutta la gerarchia dei Cavalieri Jedi e il lato Oscuro della Forza, dovesse servirmi, vai a sapere.
Domani provo a non uccidermi con una tavola con le rotelle sotto. Provo a guarire dalle vertigini. E a rispondere al cellulare senza dire "Pronti".
Domani provo a cucinare cose considerate commestibili dal 51% delle persone che conosco, almeno (una sostanziale maggioranza fa la sua differenza).
Imparo anche a giocare a Risiko (questa affermazione richiede un margine più ampio di trattativa con me stessa).
Domani progetto IL futuro. Vabbè, almeno l'estate. Almeno, butto giù una bozza. Almeno (che sia passibile di cambiamento con una frequenza non inferiore alle 48 ore).
Domani imparo una nuova funzione di Excel, dovesse servire per calcolare qualche nuovo aumento delle tasse sul lavoro, sul carburante o sulla casa, vai a sapere. (E imposto la percentuale dell' IVA sul 22%).
Domani mi metto in pari con il programma di Yoga e medito su come Valeria Marini abbia potuto partecipare al mondo dello spettacolo cantando e ballando (non voglio sapere altro). E Fabrizio Corona intercettando e ingravidando. (In tutta onestà, preferivo quando in Tivvù davano Heater Parisi - che di ballare era capace, e Marisa Laurito con la pubblicità - peraltro poco attendibile stando ai risultati - del Bogumil).
Domani guardo le nuove tavole da snow. Dormo di più. Bevo di meno. E smetto di comprare qualsiasi cosa che vedo su E-bay. (Tranne la tavola, appunto).
Domani faccio la dieta e cerco il coraggio di indossare un costume da bagno (che non sia quello olimpionico che, comunque vada, è sempre il peggio del peggio. Con il sempiterno esonero delle taglie 38).
Cerco i vecchi diari, in cui è scritta la mia storia. L'elenco dei libri letti (il primo, nel 1996, credo fosse "Jack Frusciante è uscito dal gruppo"), dei viaggi fatti. Delle cose scritte per ricordare i momenti belli. Le cose belle. Le persone belle.
Domani corro fino a che i muscoli fanno male e provo a fare la scheda nuova. Provo. Riprendo a giocare a calcio, che è sempre molto divertente (soprattutto in attacco).
Domani respiro con calma, osservo e cerco di stare informata su quante più cose possibili.
Domani è un nuovo giorno (di un mese che crea tuttora dubbi sul fatto se sia Maggio o Novembre).
Domani pero'.
Intanto, domani vado al mare*.
[*nell'assoluto delle affermazioni sopra riportate queste due sono quelle che più corrispondono alla Verità Personale e Soggettiva].
.
"Non c'è niente, dico niente, nel mondo animale, minerale e vegetale, proprio niente, che mi abbia mai fatto tanto imprecare quanto il Game Boy". (Zerocalcare).
Non c'è niente da fare.
Il Passato, in un qualche modo, mi rassicura sempre.
Mi sembra una ottima pensata per iniziare a progettare il Futuro.
(Da domani pero').
venerdì 18 maggio 2012
Running Thoughts.
Non capisco l' urgenza delle persone di farsi occupare il cuore da qualcuno.
Come se un cuore solo non avesse battiti a sufficienza.
Come se non potesse continuare il suo costante battito solitario.
L' ansia del vuoto, la difficoltà del fermarsi un attimo a prendere fiato, con calma. Senza mai rendersi conto della sostanziale solitudine di ogni essere umano. Del doversi sempre e comunque bastare a se stessi, per non soffrire troppo, perchè è così che si guarda davvero la vita per com'è.
Non capisco la corsa a fidanzarsi, l'innamoramento cieco dell' amore (e non sempre della persona oggetto di) la fatica di passare un po' di tempo soli con se stessi. Il silenzio fa un sacco di rumore, quando si è soli. I pensieri si affollano e la malinconia aumenta.
Ed è lì che si fanno davvero i conti. Che viene fuori chi sei, da dove vieni. E fa paura, quando non ci si è abituati. E' lì che ti devi guardare dentro e dare una valutazione, quanto piu' attendibile possibile, senza esagerazioni, soprattutto con le critiche. Soprattutto con le lodi.
E' uno dei modi per restare fedeli a se stessi. Quanto più possibile.
Si chiama pura e semplice Realtà.
Cio' per cui ti alzi, lavori, vai in giro a vedere delle cose, fai sport, leggi dei libri, hai una famiglia e degli amici che ami, hai degli obiettivi, fai fatica. Fai dei sacrifici, sei felice, a volte. Hai dei sogni, anche. A volte è molto dura. A volte le cose sono fluide e tutto sembra essere al posto giusto.
E ogni giorno è così.
Ed è semplicemente meraviglioso che sia così.
Puoi scegliere, quando qualcosa non è più al posto giusto, di spostarlo un attimo.
Di vedere l'orizzonte da un'altra finestra. Per quanto piccola, scomoda o lontana.
Ma puoi, molto più spesso di quanto tu non creda.
E' così che vanno avanti le cose.
Senza quasi che tu te ne accorga.
Come se un cuore solo non avesse battiti a sufficienza.
Come se non potesse continuare il suo costante battito solitario.
L' ansia del vuoto, la difficoltà del fermarsi un attimo a prendere fiato, con calma. Senza mai rendersi conto della sostanziale solitudine di ogni essere umano. Del doversi sempre e comunque bastare a se stessi, per non soffrire troppo, perchè è così che si guarda davvero la vita per com'è.
Non capisco la corsa a fidanzarsi, l'innamoramento cieco dell' amore (e non sempre della persona oggetto di) la fatica di passare un po' di tempo soli con se stessi. Il silenzio fa un sacco di rumore, quando si è soli. I pensieri si affollano e la malinconia aumenta.
Ed è lì che si fanno davvero i conti. Che viene fuori chi sei, da dove vieni. E fa paura, quando non ci si è abituati. E' lì che ti devi guardare dentro e dare una valutazione, quanto piu' attendibile possibile, senza esagerazioni, soprattutto con le critiche. Soprattutto con le lodi.
E' uno dei modi per restare fedeli a se stessi. Quanto più possibile.
Si chiama pura e semplice Realtà.
Cio' per cui ti alzi, lavori, vai in giro a vedere delle cose, fai sport, leggi dei libri, hai una famiglia e degli amici che ami, hai degli obiettivi, fai fatica. Fai dei sacrifici, sei felice, a volte. Hai dei sogni, anche. A volte è molto dura. A volte le cose sono fluide e tutto sembra essere al posto giusto.
E ogni giorno è così.
Ed è semplicemente meraviglioso che sia così.
Puoi scegliere, quando qualcosa non è più al posto giusto, di spostarlo un attimo.
Di vedere l'orizzonte da un'altra finestra. Per quanto piccola, scomoda o lontana.
Ma puoi, molto più spesso di quanto tu non creda.
E' così che vanno avanti le cose.
Senza quasi che tu te ne accorga.
lunedì 23 aprile 2012
L' Indicatore Retroattivo di Qualità.
Ci sono libri che sono belli sempre.
E poi ci sono libri che sono belli sempre particolarmente
ad Aprile.
Chè Aprile è un mese da classificare nella fascia dei mesi
complicati, quelli che non passano tanto via lisci e indolori, come può essere,
ad esempio, un Ottobre o un Marzo. Aprile no, è infimo.
Semplicemente per alcuni validissimi motivi.
Perché porta con sé cambiamenti,
fatiche. E’ il mese degli armadi da
cambiare, dei cuori da consolare, degli ormoni da controllare, degli ombrelli
da aprire. Delle abitudini diverse, dei giri in bicicletta, della pelle bianca
che inizia a tingersi, delle gambe e delle braccia da scoprire, delle riflessioni strambe sdraiati sulle panchine. E anche dei
gelati (scusate, retaggio di un lontano Baglioni).
Ho capito che quando non riesco a cogliere quel segreto
delle cose, quel qualcosa che non si può definire, momentaneo ed
importantissimo, mi rammarico.
Mi
sfugge. E so che è quello il momento da ricordare, da imprimere nel cuore e
nella testa.
Quando mi sento lontana, spaesata, quando mi mancano alcune
coordinate, ecco.
Quando sono nostalgica.
Non c’è forse felicità anche nella nostalgia? Anzi, non è
forse la nostalgia un preciso indicatore dello spazio sentimentale lasciato da
una felicità terminata (la felicità, nella sua essenza, per essere tale, è delimitata da un preciso
inzio e un preciso termine) e pronto per essere riempito da un’altra felicità futura?
Nostalgia, Definizione
[Dal mio dizionario inventato]
La nostalgia è un fastidio generalizzato, sottile e perfettamente
incastrato, difficilmente localizzabile in un punto preciso, che fornisce una misura, in termini di intensità,
dell’importanza delle cose passate, agli occhi del cuore. Siano queste cose situazioni
vissute, persone incontrate, luoghi visitati, momenti
trascorsi impegnati a fare/dire/lottare/ con/contro qualcosa/qualcuno.
Dove c’è nostalgia, c’è stata passione. Amore. Vicinanza.
Affetto. Attaccamento. Felicità. C’è
stata la responsabilità di aver deciso di impiegare in un certo modo quella
cosa che per comodità di significato
chiamiamo tempo, ma che in realtà è poi la VitaVeraVissuta. Sul momento crediamo che quello che stiamo
vivendo sia normale, sia qualcosa di ordinario, comunissimo, banale.
Appena non
possiamo più viverlo, eccola. Arriva
inesorabile a indicarci il Valore. E' un indicatore di valore, di qualità, di verità che funziona alla stregua di una specie di sistema immunitario delle emozioni, ed agisce in modo retroattivo. Perché noi, si sa, alle volte
siamo distratti con le cose della vita. Non impariamo mai a prestare
attenzione, e quando lo facciamo non è mai abbastanza e mai al momento
giusto.
La nostalgia, in
questo modo, definisce il significato del nostro essere nel mondo.
Come faremmo a sapere cos’è che abbiamo amato così tanto,
senza nostalgia? O a cosa siamo stati così legati? A cosa abbiamo dato un
significato e a cosa il nostro cuore ci ha chiamato a essere presenti con tutto
noi stessi?
Ci fornisce un aiutino. Facendoci soffrire un po'.
Attenzione a una cosa pero’.
La nostalgia, per essere sana e per garantire un corretto
funzionamento del sistema immunitario delle emozioni, deve essere alternata
dalla pienezza del presente e dalla progettualità per il futuro. Dai desideri,
dai sogni di cui non possiamo avere nostalgia perché non sono cio’ che c’è stato
e non c’è più, ma sono una delle possibilità verso cui abbiamo un dovere
morale.
Quello di farli accadere.
Deve
essere una nostalgia che si rinnova, indicativa di valore a cose diverse nel
tempo.
Quando senti nostalgia,quando c’è quel fastidio affilato che
preme, che schiaccia il cuore, arriva una consapevolezza. E’ uno dei preziosi metodi analitici che ci
hanno gentilmente concesso per guardarsi dentro, in profondità.
Ed essere a
conoscenza di aver vissuto nel migliore
dei modi.
Di aver vissuto con necessità, con urgenza.
Esattamente come abbiamo potuto, come abbiamo dovuto.
"Nei corridoi del supermercato, studio sempre i carrelli delle persone, e immagino le loro colazioni, le loro cene, certe somiglianze con il loro modo di vivere. Ce ne sono alcune che fanno una spesa che farei esattamente così anch'io, una spesa che sottoscriverei.
Tutte le persone che non sono belle, o che sono brutte, poi quando le conosci diventano più belle, sempre.
La seguente frase con cui cominciavo qualsiasi tema a scuola: La questione storica, economica, filosofica, scientifica, politica e sociale del ventesimo secolo... E mi ritrovavo ad aver già riempito cinque o sei righe.
Quando mia moglie si mette una mia maglietta."
Momenti di trascurabile felicità,
F. Piccolo
martedì 20 settembre 2011
Il desiderio dell' avere bisogno. Il bisogno del desiderare.
Lo sappiamo.
Maslow (1974) dice che i bisogni del genere umano sono sette e sono classificabili in ordine di priorità, rappresentabili con una piramide. Alla base quelli fisici, fondamentali per la sopravvivenza, e via via andando su, quelli riguardanti la sfera emotiva e mentale.
Bisogni da carenza (che agiscono come pulsioni) sono i primi quattro, partendo dalla base: fisiologici, di sicurezza, di appartenenza, di autostima. Gli altri tre sono i bisogni di crescita e si avvertono quando tutti quelli prima citati vengono in un qualche modo soddifatti. Sono il bisogno di conoscenza, di bellezza e di autorealizzazione.
Questi non agiscono come pulsione ed è possibile vivere benissimo anche senza. (Anzi, la fonte dei più grossi struggimenti, delle più terribili angosce esistenziali, delle paure ancestrali, dei grattacapi da indecisione, delle aporie universali e di tutte queste faccende confuse contro cui ogni tanto andiamo a sbattere, non sono forse dovuti alla virtuosa e stramaledetta conoscenza?).
Per l'autorealizzazione, la questione è varia.
Per esempio, prendiamo il campo professionale.
Credo sia doveroso, a mio parere, in primis farsi un'idea di vita, e solo a posteriori pensare di incastrarvi, in modo coerente ad essa, un lavoro.
Non lo condivido, ma esistono anche persone che fanno il contrario. Ovvero, incastrano una vita nell'idea di lavoro che hanno. E succede che ne diventano shiavi. Di quel lavoro. Dedicandovi tutto. La libertà. Barattando l'anima. Le emozioni. Trascurando le cose importanti. Le relazioni, per dire.
Fino a fare i conti con miliardi di rimpianti, a giochi fatti. Spesso, in tempi futuri. Spesso, troppo tardi.
Ricordo un seminario a cui partecipai anni fa, nel 2006, sul Self Empowerment.
Relatore Massimo Bruscaglioni.
In quanto a bisogni.
Bruscaglioni distingue nettamente il bisogno dal desiderio, traccia una precisa differenza di confine: il bisogno è legato alla frustrazione, è spiacevole, imprescinsibile, specifico, riferito al passato. Il desiderio, al contrario, è legato alla soddisfazione, è piacevole, flessibile, generico e legato al futuro.
Egli suddivide i desideri (senza piramide gerarchica pero') in:
1- Desiderio di espansione dell'esperienza
2- Desiderio di crescita delle capacità
3- Desiderio di innovazione
4- Desiderio di generazione
5- Desiderio di comprensione della vita
Solo partendo da questi è possibile raggiungere un nuovo stadio di consapevolezza ed evolvere.
Pensavo che, spesso, purtroppo, scambiamo il desiderio con il bisogno. Immenso errore.
Il desiderare è il motore dell' evoluzione, della crescita, della consapevolezza di sè e dei propri mezzi.
Ma viene solo DOPO la soddisfazione del bisogno. Soprattutto, la frustrazione del desiderio non preclude la nostra sopravvivenza. (Magari solo un po' di felicità. Ma non deve essere motivo di disperazione, di depressione o altri simili fattori di negazione di sè).
Ecco, questo è il punto.
Se consideriamo bisogno un semplice desiderio ne restiamo schiavi.
Se non riusciamo a soddisfare questo desiderio pensiamo di essere dei falliti, ci diperiamo, siamo affranti, lamentosi e bisognosi di sostegno.
Se consideriamo qualcosa di soggettivo come così pregnante (alla stregua del bisogno oggettivo, appunto), non daremo mai il meglio: siamo troppo agitati, troppo presi dal voler raggiungere quel risultato che abbiamo deciso aprioristicamente. A tutti i costi.
Fino a che è facile che ci sfugga dalle mani. Dal cuore. Fino a che è facile trovare un muro che ci ostacola.
Se ho "bisogno" di vincere quella gara, è facile che non la vinca.
Se "desidero" vincerla, le cose potrebbero cambiare. Magari non la vinco comunque. Ma le probabilità aumentano.
[Cit. Bruscaglioni]
Non si muore se non si innova, se non si diventa genitori, se non ci si sposa, se non si possiede una villa al mare, se non si raggiunge quel ruolo professionale, quel posto di lavoro, se non si vince quella gara.
Sono tutte cose che regalano felicità, autostima, orgoglio, fiducia e ti fanno tirare avanti meglio il carretto della tua esistenza, certo. Ma che, per rimanere costruttive e positive, non devono diventarne motivo fondativo. Non devono legarsi all' idea di bisogno, perchè bisogni non sono.
Una speranza deve rimanere tale, un' aspettativa anche. Delimitate nella loro area di desiderio, di desiderio in quanto tale.
E adesso, scusate, ma ho un tragico...bisogno di dormire.
E il desiderio di sognare, chessò.
Una montagna innevata. O Jude Law.
Vanno bene entrambi.
Meglio il secondo, vabbè.
" In ogni istante della vita si è ciò che si deve diventare e non meno di ciò che si è stati"
[Oscar Wilde]
Ps. Lo so, Wilde è fuori discussione che fa un po' Bacio Perugina, ma questa frase è indubbiamente il mantra della serata.
Quanto è vera?
Maslow (1974) dice che i bisogni del genere umano sono sette e sono classificabili in ordine di priorità, rappresentabili con una piramide. Alla base quelli fisici, fondamentali per la sopravvivenza, e via via andando su, quelli riguardanti la sfera emotiva e mentale.
Bisogni da carenza (che agiscono come pulsioni) sono i primi quattro, partendo dalla base: fisiologici, di sicurezza, di appartenenza, di autostima. Gli altri tre sono i bisogni di crescita e si avvertono quando tutti quelli prima citati vengono in un qualche modo soddifatti. Sono il bisogno di conoscenza, di bellezza e di autorealizzazione.
Questi non agiscono come pulsione ed è possibile vivere benissimo anche senza. (Anzi, la fonte dei più grossi struggimenti, delle più terribili angosce esistenziali, delle paure ancestrali, dei grattacapi da indecisione, delle aporie universali e di tutte queste faccende confuse contro cui ogni tanto andiamo a sbattere, non sono forse dovuti alla virtuosa e stramaledetta conoscenza?).
Per l'autorealizzazione, la questione è varia.
Per esempio, prendiamo il campo professionale.
Credo sia doveroso, a mio parere, in primis farsi un'idea di vita, e solo a posteriori pensare di incastrarvi, in modo coerente ad essa, un lavoro.
Non lo condivido, ma esistono anche persone che fanno il contrario. Ovvero, incastrano una vita nell'idea di lavoro che hanno. E succede che ne diventano shiavi. Di quel lavoro. Dedicandovi tutto. La libertà. Barattando l'anima. Le emozioni. Trascurando le cose importanti. Le relazioni, per dire.
Fino a fare i conti con miliardi di rimpianti, a giochi fatti. Spesso, in tempi futuri. Spesso, troppo tardi.
Ricordo un seminario a cui partecipai anni fa, nel 2006, sul Self Empowerment.
Relatore Massimo Bruscaglioni.
In quanto a bisogni.
Bruscaglioni distingue nettamente il bisogno dal desiderio, traccia una precisa differenza di confine: il bisogno è legato alla frustrazione, è spiacevole, imprescinsibile, specifico, riferito al passato. Il desiderio, al contrario, è legato alla soddisfazione, è piacevole, flessibile, generico e legato al futuro.
Egli suddivide i desideri (senza piramide gerarchica pero') in:
1- Desiderio di espansione dell'esperienza
2- Desiderio di crescita delle capacità
3- Desiderio di innovazione
4- Desiderio di generazione
5- Desiderio di comprensione della vita
Solo partendo da questi è possibile raggiungere un nuovo stadio di consapevolezza ed evolvere.
Pensavo che, spesso, purtroppo, scambiamo il desiderio con il bisogno. Immenso errore.
Il desiderare è il motore dell' evoluzione, della crescita, della consapevolezza di sè e dei propri mezzi.
Ma viene solo DOPO la soddisfazione del bisogno. Soprattutto, la frustrazione del desiderio non preclude la nostra sopravvivenza. (Magari solo un po' di felicità. Ma non deve essere motivo di disperazione, di depressione o altri simili fattori di negazione di sè).
Ecco, questo è il punto.
Se consideriamo bisogno un semplice desiderio ne restiamo schiavi.
Se non riusciamo a soddisfare questo desiderio pensiamo di essere dei falliti, ci diperiamo, siamo affranti, lamentosi e bisognosi di sostegno.
Se consideriamo qualcosa di soggettivo come così pregnante (alla stregua del bisogno oggettivo, appunto), non daremo mai il meglio: siamo troppo agitati, troppo presi dal voler raggiungere quel risultato che abbiamo deciso aprioristicamente. A tutti i costi.
Fino a che è facile che ci sfugga dalle mani. Dal cuore. Fino a che è facile trovare un muro che ci ostacola.
Se ho "bisogno" di vincere quella gara, è facile che non la vinca.
Se "desidero" vincerla, le cose potrebbero cambiare. Magari non la vinco comunque. Ma le probabilità aumentano.
[Cit. Bruscaglioni]
Non si muore se non si innova, se non si diventa genitori, se non ci si sposa, se non si possiede una villa al mare, se non si raggiunge quel ruolo professionale, quel posto di lavoro, se non si vince quella gara.
Sono tutte cose che regalano felicità, autostima, orgoglio, fiducia e ti fanno tirare avanti meglio il carretto della tua esistenza, certo. Ma che, per rimanere costruttive e positive, non devono diventarne motivo fondativo. Non devono legarsi all' idea di bisogno, perchè bisogni non sono.
Una speranza deve rimanere tale, un' aspettativa anche. Delimitate nella loro area di desiderio, di desiderio in quanto tale.
E adesso, scusate, ma ho un tragico...bisogno di dormire.
E il desiderio di sognare, chessò.
Una montagna innevata. O Jude Law.
Vanno bene entrambi.
Meglio il secondo, vabbè.
" In ogni istante della vita si è ciò che si deve diventare e non meno di ciò che si è stati"
[Oscar Wilde]
Ps. Lo so, Wilde è fuori discussione che fa un po' Bacio Perugina, ma questa frase è indubbiamente il mantra della serata.
Quanto è vera?
mercoledì 27 luglio 2011
Analisi postuma, difettosa e sostanzialmente inutile. (Ma che richiede un sacco di minuti di recupero, oltre i supplementari, anche).
Se qualcuna di queste va storta, è facile che - per chi riesce a guardare in faccia alla realtà (e non è facile nelle questioni di cuore) tutto l'ambaradan volga dritto per dritto alla scritta a caratteri cubitali "The End" (e vissero felici e contenti, ma non insieme).
D'accordo. Forse sono stata un po' troppo sbrigativa.
Ma non è questo il punto.
Non è nella fine di una relazione, la sofferenza.
Non si annida nella conclusione, nel finale. No. Anzi, molto spesso, la fine libera da essa, elimina le frustrazioni, affranca dal senso di colpa, esclude dalle accuse, interrompe una discesa verso un irrimediabile punto di non ritorno. Un punto dove i comportamenti diventano ciclici, dove non ci si accorge nemmeno più di quali errori vengono commessi, perdendo il senso di realtà. Un punto in cui non si condivide più, non ci si confronta più. A dato stimolo A, corrisponde data risposta B, come i cani di Pavlov. Non si riesce più a costruire niente. Rimane solo lo scontro, la distanza, l'amarezza, l'idea di avere sbagliato, di avere visto una persona solamente con i nostri occhi, come la avremmo voluta, senza considerare come è davvero. Che è poi ciò che, alla fine, conta.
Avremmo dovuto guardarla anche con i suoi, di occhi.
La conclusione arriva, rendendoci anime in pena, vertiginosamente libere.
(E si è sempre un po' in pena, quando ci si vede costretti ad affrontare un cambiamento, sia esso voluto da nostre o altrui decisioni. Poi, mettici, che siamo molto bravi a complicarci la vita. Chè ci vogliamo tutti sguazzare un pochino, nella merda).
La vera sofferenza, dico, quella vera - non le lagne e i lamenti con i quali cerchiamo comprensione - sta nel difficile tentativo di liberarsi dalle richieste del nostro ego: di quel malsano e ipocrita senso di possesso verso l'altro da sè. Un senso invadente e arrogante di poter fare, di decidere, di volere, che, a ben vedere, non ci dovrebbe riguardare così tanto.
Diventa presto necessario mettersi da parte, arrivare alla consapevolezza di non essere più il centro nevralgico della vita di un altro, di non essere poi così importanti, così indispensabili, come ci eravamo illusi di essere. O che forse eravamo stati davvero. Un tempo, che non è più.
L'ego subisce così una enorme sconfitta, un declassamento, una umilizione e viene messo alla berlina di eventi che non può più controllare, facilitare o impedire. Non è più chiamato in causa. Non ha più voce in capitolo.
E non solo l'ego della vittima, anche quello del carnefice: nel momento in cui la vittima smette di fare la vittima anche di fronte a se stessa (e voglio supporre che succederà, per questione di amor proprio se non altro) anche il carnefice viene privato del proprio ruolo, all'apparenza più forte. Solo all'apparenza. E, con il passare del tempo, le due parti in causa arriveranno ad essere simili. Ad avere nostalgie, rimorsi, rimpianti. A ripensare ad errori, accuse, rivendicazioni. Entrambe.
Chè poi ci pensi a cos'è che hai sbagliato. A cos'è che non ha funzionato. Sia che tu abbia agito o subito l'azione di lasciare.
Il non possedere più fa soffrire (perchè prima, quando l'amore c'era, si era illusi di possedere qualcuno - cosa alquanto fantasiosa, infantile e ridicola). Non avere più potere. Non essere più cercati. Non avere più l'attenzione su di sè. Ci si sente privati. Disarmati. E' questo il vero punto. Perchè sì, mancheranno tante altre cose: l'affetto, la comprensione, la fiducia, il sesso, il sostegno, il confronto, lo scambio, la seduzione. Ma c'è quella cosa lì. E' quella che fa incazzare di più. Rimane incastrata nello sterno.I due ruoli, quello di vittima e di carnefice, sono complementari ma hanno confini molto labili. Tendono ad interscambiarsi spesso. A confondersi, a provocarsi. Per vedersi in azione. Per sentirsi vivi.
Quante volte è capitato che i carnefici rivedessero le proprie posizioni, una volta realizzato che quelle che erano state le loro vittime (peraltro gli era pure toccato elaborare due o tre cosine, giusto giusto, a quelle poverette - chè magari 6 o 7 anni di storia ne porta via di roba con sè - ci vuole del tempo a catalogare tutto), lasciate sofferenti e indifese, stavano cercando di ricostruirsi una vita, di liberarsi dalla dipendenza emotiva da loro, bellamente mano nella mano con chicchessia, senza giustamente averli nemmeno in nota, quei poveri carnefici, che si ritrovano con le pive nel sacco?
A chi non è capitato di interpretare entrambi i ruoli alzi la mano.
Vedi?
E' incredibile quanto siano tutti così simili, sfuggenti, incomprensibili, inspiegabili, incoerenti, transitori, mutevoli, soggetti alle stesse leggi, alle stesse bassezze e agli stessi magistrali giri di valzer, i sentimenti di noi esseri umani.
Anyway.
C'è da ricordarsi che nessuno soffirà mai per te per troppo tempo. Per averti perso. Non crederti così indispensabile. Rimarranno solo bei ricordi, con il passare del tempo. In grado di farti sorridere, anche. Se lo vuoi. Se sai accettare che le cose cambiano. Che tutto cambia. Evolve. O se ne va. Se non era quello il suo posto. Per fare spazio a nuove cose, diverse forse. O forse simili.
Come, allo stesso modo, non soffrirai tu in eterno, per qualcuno che non è più al tuo fianco. A prescindere da chi ha deciso cosa. Non ha importanza.
L' amore si rigenera sempre.
Non è più possibile soffrire per amore, con questa elementare consapevolezza.
lunedì 27 giugno 2011
Roba Seria. (Presente le più puntigliose tra le seghe mentali?)
Oggi pensavo che:
1. Non è che non credo nell'amore. No. Credo che, a causa della limitatezza e della finitezza della condizione umana sia impossibile scegliersi una volta per tutte, in modo esclusivo, definitivo. Sono limiti imposti dal mondo materiale, dalla concretezza dei sensi, del corpo, da barriere e cancelli che impediscono il fluire di qualcosa che materiale non è. Il dislivello dei piani crea costante incoerenza e attrito, paradosso e ambivalenza. Lasciandoci sempre una gran confusione, poche certezze e innumerevoli, eterni, punti di domanda.
2. La solitudine permette l'analisi dei dettagli, ti fa prestare maggiore attenzione alle cose. Ti crea anche importanti momenti catartici, apocalittici, disperati e maravigliosi attimi di libertà e di vertigine. Di paura e di forza. Di desiderio e indifferenza. La solitudine ti costringe a fare i conti con i tuoi peggiori difetti, a fronteggiare i tuoi peggiori nemici e le tue paure. Sai che nessuno se ne fara' carico, nemmeno un pochino. Che dovrai pagarli tutti i tuoi debiti, sempre. Ci sono cose importanti che la solitudine toglie: non hai la rete di protezione, la tempestiva pacca sulla spalla, la rassicurante certezza di non doverti preoccupare di tutto da sola, l'aprioristico appoggio solidale. A volte, non posso negarlo, vorresti riposare un attimo dalle tribolazioni del quotidiano, affidandoti alle braccia di qualcuno che si occupi della tua voglia di un abbraccio vero, come si deve. Di quelli senza fronzoli nè ipocrisie. E stare immobile, senza pensare, senza fare niente. Lì, al sicuro.
Ma c'è una cosa che la solitudine ti dona: quando percepisci di essere tu, solo tu, ti osservi mente sei, non è forse una cosa incredibile? Una totale, nitida, consapevolezza di forza, di esserci, di scegliere senza vincoli, di un possibile tutto?
3. Perdiamo veramente troppo tempo nelle attese.
L'attesa che passi una sofferenza, una seduta dal dentista, che venga l'estate, che cambi qualcosa, di vedere l'arcobaleno, del proprio turno al banco dei salumi, che torni il sole, del weekend, di trasferirsi, di cambiare lavoro, che venga mattina, del momento di andare in ferie, di domani, Natale, Pasqua. La costante attesa diventa una fuga dal qui e ora, dal momento che stiamo vivendo, adesso. E che nessuno mai ci restituirà o ci permetterà di rivivere in uguale modo. Ci saranno mille altri lunedì sera. Ma questo è unico. E' unica questa luce al tramonto, questa rugiada, questa canzone che arriva dalla casa a fianco.
Sarebbe bello sfruttare meglio le attese considerandole parte integrante e necessaria del Tutto e non come un passaggio, non come una condizione sempre tesa ad una ipotetica aspettativa seguita in automatico da un concreto evento.
Possiamo provare, per un momento, ad essere un po' meno materialisti? Finalizzati? Lucrativi?
L'attesa diventa vita vissuta, assume un senso e regala momenti preziosi solo nel momento in cui smettiamo di considerarla tale.
Ps: Tutto quello che ho scritto in seconda persona singolare o prima plurale, ovviamente, è tutto riferito a fatti, eventi e persone accaduti in prima persona singolare - cioè a me. Sono cose che penso io, magari non tu e non noi. (Magari "tu" stai ridendo un pochino, magari non troppo eh, oppure stai pensando che questa qua ha perso un qualche venerdì, mi rendo conto. Assecondami, per favore, dai. Eh? Si, vero? Ti prego! Su, uno sforzo, assecondami).
E' che fa più scena scrivere di un ipotetico "tu" o ancora meglio di un ipotetico "noi".
Questione di condivisione presupposta, senza nessuna prova empirica della stessa. Insomma, è bello raccontarsela.
Mi sento un po' meno idiota, anche.
1. Non è che non credo nell'amore. No. Credo che, a causa della limitatezza e della finitezza della condizione umana sia impossibile scegliersi una volta per tutte, in modo esclusivo, definitivo. Sono limiti imposti dal mondo materiale, dalla concretezza dei sensi, del corpo, da barriere e cancelli che impediscono il fluire di qualcosa che materiale non è. Il dislivello dei piani crea costante incoerenza e attrito, paradosso e ambivalenza. Lasciandoci sempre una gran confusione, poche certezze e innumerevoli, eterni, punti di domanda.
2. La solitudine permette l'analisi dei dettagli, ti fa prestare maggiore attenzione alle cose. Ti crea anche importanti momenti catartici, apocalittici, disperati e maravigliosi attimi di libertà e di vertigine. Di paura e di forza. Di desiderio e indifferenza. La solitudine ti costringe a fare i conti con i tuoi peggiori difetti, a fronteggiare i tuoi peggiori nemici e le tue paure. Sai che nessuno se ne fara' carico, nemmeno un pochino. Che dovrai pagarli tutti i tuoi debiti, sempre. Ci sono cose importanti che la solitudine toglie: non hai la rete di protezione, la tempestiva pacca sulla spalla, la rassicurante certezza di non doverti preoccupare di tutto da sola, l'aprioristico appoggio solidale. A volte, non posso negarlo, vorresti riposare un attimo dalle tribolazioni del quotidiano, affidandoti alle braccia di qualcuno che si occupi della tua voglia di un abbraccio vero, come si deve. Di quelli senza fronzoli nè ipocrisie. E stare immobile, senza pensare, senza fare niente. Lì, al sicuro.Ma c'è una cosa che la solitudine ti dona: quando percepisci di essere tu, solo tu, ti osservi mente sei, non è forse una cosa incredibile? Una totale, nitida, consapevolezza di forza, di esserci, di scegliere senza vincoli, di un possibile tutto?
3. Perdiamo veramente troppo tempo nelle attese.L'attesa che passi una sofferenza, una seduta dal dentista, che venga l'estate, che cambi qualcosa, di vedere l'arcobaleno, del proprio turno al banco dei salumi, che torni il sole, del weekend, di trasferirsi, di cambiare lavoro, che venga mattina, del momento di andare in ferie, di domani, Natale, Pasqua. La costante attesa diventa una fuga dal qui e ora, dal momento che stiamo vivendo, adesso. E che nessuno mai ci restituirà o ci permetterà di rivivere in uguale modo. Ci saranno mille altri lunedì sera. Ma questo è unico. E' unica questa luce al tramonto, questa rugiada, questa canzone che arriva dalla casa a fianco.
Sarebbe bello sfruttare meglio le attese considerandole parte integrante e necessaria del Tutto e non come un passaggio, non come una condizione sempre tesa ad una ipotetica aspettativa seguita in automatico da un concreto evento.
Possiamo provare, per un momento, ad essere un po' meno materialisti? Finalizzati? Lucrativi?
L'attesa diventa vita vissuta, assume un senso e regala momenti preziosi solo nel momento in cui smettiamo di considerarla tale.
Ps: Tutto quello che ho scritto in seconda persona singolare o prima plurale, ovviamente, è tutto riferito a fatti, eventi e persone accaduti in prima persona singolare - cioè a me. Sono cose che penso io, magari non tu e non noi. (Magari "tu" stai ridendo un pochino, magari non troppo eh, oppure stai pensando che questa qua ha perso un qualche venerdì, mi rendo conto. Assecondami, per favore, dai. Eh? Si, vero? Ti prego! Su, uno sforzo, assecondami).
E' che fa più scena scrivere di un ipotetico "tu" o ancora meglio di un ipotetico "noi".
Questione di condivisione presupposta, senza nessuna prova empirica della stessa. Insomma, è bello raccontarsela.
Mi sento un po' meno idiota, anche.
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