Lapis and Notes



Lapis and Notes


Post Scriptum:

Welcome.
(To the Jungle).

"Gli svedesi hanno capito quello che la Scavolini ancora no. Ovvero. Che la gente comune ha 40 mt quadri per farci stare un letto, una cucina e un water. E ha sempre sognato la penisola. Poi si è ridimensionata, nel momento in cui ha realizzato un fatto.
Che i sogni si pagano al metro quadro".







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giovedì 23 gennaio 2014

L'Arricchimento della Privazione.

 

Ci pensavo, come sempre a Gennaio, del resto.

Pensavo a quello che è stato il Bilancio del 2013.
Alla fatica del cuore, della testa, di braccia e gambe. Anche alla sua infinita Bellezza.
Alle comiche desuete piccole grandi gioie, alle tragiche, personalissime, incomprensibili interpretazioni di fatti realmente accaduti e di emozioni realmente provate.

Il lavoro da copy, lo snowboard club, la fine stagione direttamente dentro l'Ursus Park, i weekend con le mie amiche, la Paola che mi ha dato un sostegno infinito in un momento molto down, l'Anto, le persone che vedo poco ma che amo e che possiedono un po' delle mie cellule miocardiche.
Il tramonto al Rifugio Stoppani, il viaggio in Puglia con la Family e Trafic, il kite (grazie Marco, grazie sempre, grazie infinite), il lago e tutto il resto intorno - con la tenda nel campeggio di Marina e Giò, il materassino che è poi un modulo e non si gonfia, le sagre di paese, Dj Laghetto, il vento delle 7 del mattino, sdraiarsi a guardare il cielo sul lungolago che è proprio lungo come tutto il lago - a guardare bene.
Provare a fare le stesse cose in modo diverso, con persone nuove, con nuovi compagni di viaggio, di avventure, di belle giornate, osservare e diventare sempre più consapevole, dei meriti e degli errori, della riuscita e del fallimento. Dei limiti e del bello. Con le situazioni, con le cose, con le persone.
Il weekend a Deux Alpes, il falò del ferragosto in spiaggia. Le friselle. Il sole, il sale sugli scogli e la neve sulle piste. Paesaggi contrastanti e sensazioni di libertà.
Imparare a vivere l'incoerenza intrinseca con un pizzico di serenità e ironia, per salvarsi meglio. Per restare svegli.
Chi decide cosa è giusto, d'altra parte? Chi sta dalla parte della ragione? E, dov'è la ragione?

Ha ragione chi è felice.

La complessità  e la confusione di quello che vorrei che fosse, di quello che vorrei essere, fare, vivere in questo nuovo anno mi fa partire da una angolatura un filo diversa.

No buoni propositi, desideri, sogni, promemoria. No.
Solo spunti di riflessione su quelle che potrebbero essere rinunce utili, che danno valore, che arricchiscono (tentativi di, per stare low profile e umili).

- Ad avere l'ultima parola.
- A criticare e giudicare quello che fanno le persone intorno a me*. (Tutto - o quasi - cio' che ho giudicato o criticato l'ho fatto, prima o dopo).
- A guardare le persone con i miei occhi. E' l'aspettativa che frega, sempre. (Imparare a guardare le persone con i loro occhi, con le loro ragioni, con il loro mondo. Umiltà, possibilità).
- A lamentarmi di quello che non riesco a fare/a essere/a vivere. (La sfiga non esiste, esistono solo situazioni più o meno difficili da affrontare, proprio ad hoc, per ognuno di noi).
- Alle parole, ai gesti e ai pensieri offensivi. Non servono mai a niente. Solo ad allontanare/rsi.
- Ad accendere la tv e guardare 10 minuti di tutti i canali: da Otto e mezzo, a DMAX, i film degli anni '90 su Iris, Wipeout, Real Time, Focus, Sport Tv, I Puffi (serie originale con i primi disegni), Resident Evil, Colombo, Arnold. (Il Digitale mi ha reso dispersiva).
- A iniziare 3 libri contemporaneamente, pensando (ingenuamente) di finirli prima.
- A sentirmi in colpa, anche quando non dovrei.  A dare la colpa, anche quando non dovrei.
- A considerare problemi miei quelli che sono problemi altrui e viceversa. (Attenzione alla delicata fase di discernimento delle due categorie).
- A restare troppo tempo con il broncio, triste. Oppure agitata, preoccupata. (Lo stomaco ringrazia).
- Ad arrabbiarmi per niente, a volere sempre il controllo di tutte le situazioni che vivo, che accadono (lascia che sia, cazzo. Alle volte sì, lascia che sia. Dicono che la vita sa bene quel che fa).
- A prendermi troppo sul serio. (Che palle).
- A voler provare tutti gli sport esistenti in natura (sviluppando pertanto un tratto di personalità definito come "decisionalità").
- A qualche abitudine, come quella di fare sempre le stesse cose. (E provare, valutare, guardare, fare attenzione).


La vita è troppo complessa per noi. Per essere compresa.
Ma possiamo tentare di darne una nostra interpretazione.
Che è quello che facciamo tutti i giorni, in ogni istante, in ogni frazione di secondo.


Con precisione, accuratezza e una fatica che sembra di scalare una montagna o stare sull' A1 a Ferragosto.
Per dire, ricordarsi i generi di prima necessità, ecco.


* Eccezione fatta per Silvio. Su di lui, vale tutto.

 
 


 

giovedì 7 luglio 2011

Su una approssimativa Antropologia Umana: in principio era il Caos. Anche dopo.

Ognuno di noi, e per "noi" intendo coloro che - come me - hanno avuto abbastanza culo di essere nati in un punto del globo terrestre in cui vengono soddisfatti i bisogni primari (come spiega in dettaglio il nostro amico A.H.Maslow che, da lustri, presenzia fedele e preciso con la sua brava piramide in ogni libro o trattato di Psicologia) ha una vita costellata di persone che fungono da punto di riferimento affettivo e sociale e da metro di paragone per capire cos'è che vogliamo e cosa invece no.
Le persone che fanno parte della nostra vita, ognuno a suo modo, ci aiutano a capire, ci insegnano, ci mostrano qualcosa. L'osservazione e il confronto sono un modo per capire come vorremmo essere e come invece non vorremmo mai. Un modo per cogliere punti di vista che non avremmo mai considetato, idee che non ci sarebbero mai venute e opinioni che non sarebbero mai state così articolate: allargare la visuale del nostro personale paraocchi in dotazione.
Dove stanno le differenze e dove invece i punti in comune.
Da qui profondi sodalizi, magiche intimità, insostituibili affinità di modi di vivere e di pensare. Di trovarsi insieme, in un qualche modo, nel palcoscenico tragico e comico, della vita. Scelte elettive, reciproche stime, fiducie importantissime, condivisioni spontanee, racconti di sera tardi senza paura di essere giudicati, mai. Risate complici e quel non detto che, vai a capire come fa. Ma ti basta solo uno sguardo di intesa.
E ogni volta, regolare, ti spiazza.
Che poi è anche uno delle cose più affascinanti la sospensione del giudizio. E' difficile. Ed è difficile che capiti di non sentirselo addosso, costante, fluente, il giudizio, macchinato da mille sguardi e mille cervelli famelici che aspettano solo che qualcosa sia in fase di accadimento per poter attivarsi. Mille parole spesso a sproposito basate solo su tre o quattro degli N elementi che sono indispensabili anche solo per una semplice ma approfondita opinione personale.
Fa la sua differenza.
Attraverso quella che è la vita vissuta e lo scambio con le persone di cui sopra, si creano la quotidianità e le Esperienze*.

 * Esperienza:

- Un evento che ricordi nel tempo, sia con gioia che con dolore. Quindi che presumibilmente ti ha fatto provare emozioni.
- Un evento che spacca in due un arco temporale, un fluire di un tempo altrimenti uguale a se stesso.
- Un viaggio.
- Un lavoro nuovo e tutto cio' che comporta.
- Una perdita.
- Una conoscenza.
- Un provare a dire sì, quando hai sempre detto no.
- Un provare a dire no, quando hai sempre detto sì.
- Guardarsi vivere dall'esterno.
- Provare a mettersi nei panni di.
- Seguire il proprio istinto.
- Imparare a fare qualcosa che non hai mai fatto.
- Dare possibilità agli eventi di accadere.
- Considerare che i sensi di colpa non servono, quasi mai.
- Essere ricettivi, il piu' possibile.
- Essere presente a te stesso, sempre.

Uno dei rimpianti più grossi che non vorrei mai avere a somme tirate è quello di non avere esperienze da raccontare.
Solo raccontando e spiegando le radici di una consapevolezza, di una opinione, di un saper fare o un saper essere, è solo così che puoi essere veramente credibile. Che non desti il sospetto di avere indosso una maschera. Solo se racconti quello che ci sta prima, all'inizio inizio, una specie di prologo, quello che nessuno vede mai, ma che è il principio. Di te. E serve per capire, per non perdere il filo.
Che poi le persone si avvicinano, ti raccontano a loro volta. Si fidano se ti mostri, almeno un pochino. Però c'è da stare attenti: se ti mostri, devi capire quando. Il Quando giusto. E soprattutto, se ti mostri, devi anche capire con chi. Le Persone Giuste. Chè con i racconti e le descrizioni bucoliche, gli scenari marittimi e montani, i soavi pensieri, i dolci ricordi, il profumo dei tigli e le scorribande giovanili, anche tutte le ignobili bassezze trovano un varco per uscire una ad una, in fila indiana. E si fanno riconoscere. Per nome. Precise.
Le brutture, le paure, le indecisioni, le fatiche del cuore e delle braccia. La stanchezza, l'essere disarmato, le dichiarazioni di belligeranza, i rancorosi assoli di passate relazioni amorose e non, le idee bislacche e un tanto deliranti, i progetti mai realizzati, le peggiori offese, le cattiverie di bassa lega, le vendette meditate a lungo e le assolute, vigliacche fughe.
Ti devi tutelare assicurandoti che le persone a cui riservi questa matassa di roba semi-catastrofica sia in grado di poterla accettare, comprendere. Analizzare. Supportare e sopportare, anche. In un qualche modo, che non so. Ma non giudicare, no. Nessuno ha il diritto di riscrivere al tuo posto. Perchè è la tua storia, e si parte sempre da lì. 
Dall'inizio. Dalle radici.
Da quello che ti è dato supporre, presagire, preventivare, immaginare, sognare, idealizzare, progettare, provare, credere, ipotizzare.

Ma che non ti è dato sapere, mai.


Mai in modo oggettivo.
Mai una volta per tutte.

venerdì 27 maggio 2011

E' così. Dato di fatto. Recidivo. (E non puoi farci niente).

Divento così sensibile e piagnona e sdolcinata e rincoglionita.
Quando sento quel profumo delle prime sere estive, intorno alle 8, alle 9. Quell'orario lì.
C'è quel profumo - che non so spiegare, forse pini, forse tigli? - che mi stringe il cuore, che mi riporta all'infanzia - a quando la scuola stava per finire, a quando potevi andare in classe con le maniche corte, le paperine e la gonna senza calze.
A quando potevi uscire sempre, poi, la sera.

Sdraiata sul letto, con la finestra aperta, arriva questo profumo perfetto, sempre uguale, ciclico.
Che sai che è estate anche se ti cancellassero tutte le coordinate temporali per un istante.
Ecco.
Non lo so perchè mi fa questo effetto, ma divento di un introspettivo da fare schifo. Nonostante cio', devo esserle grata, a questa stagione, in quanto mi regala sostegno psico-emotivo.
Senza scopo di lucro.
Un toccasana (tipo le terme per gli anziani, insomma).


E' che in estate succedono eventi propizi per il mio tentativo di sbarcare il lunario: ho la memoria buona, sono più attiva, mi abbronzo, dimagrisco, mangio il cocomero, posso vestirmi di fuxia senza che nessuno mi dica che sembro una bomboniera, non mi trucco, uso la bicicletta, vado al mare, posso nuotare senza morire assiderata, posso correre senza che mi venga la bronchite, ci sono le peschenoci, non si gonfiano i capelli (e questa è una gran cosa), c'è il profumo di cocco degli abbronzanti,  impiego 1 minuto e 33 secondi per vestirmi  e 4 netti per andare al lavoro (le scuole sono chiuse e il traffico si riduce dell'80%), le ore di luce sono superiori a quelle di buio.
E poi, sono quasi sempre di buonumore. Quasi, vabbè.
Ho addirittura fiducia nel destino.

Non sono forse questi motivi validissimi per credere nel giusto accadere delle cose?

Se non sei ottimista cronico alle porte dell'estate non puoi esserlo mai.
Ci sono tanti elementi favorevoli.
Ecco tutto.

Cioè.
Si capisce che non avevo niente di preciso da scrivere. Solo questo.
Provate a sentirlo, quel profumo.

(Magari lontano dalle rive del Crostolo).

mercoledì 27 aprile 2011

Quando tu guardi il mondo, cos'è che vedi?

Il film "La fine è il mio inizio" di Jo Baier, con Elio Germano e Bruno Ganz è la storia di Tiziano Terzani che, arrivato alla fine a causa di un cancro, chiama in Toscana il figlio Folco per raccontargli la sua vita.

"Allora, questa è la fine, ma è anche l'inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe parlare con te, per vedere insieme se, tutto sommato, c'è un senso."

E' un film lento, lentissimo.
Volutamente così: ti costringe ad ascoltare, a porti in uno stato di quiete, di accettazione, ti costringe a fermarti un attimo, a guardarti bene bene dentro, anche se per poco, solo un infinito istante chè poi - se non sei abituato a certi pensieri, a certe sensazioni - ti viene da scappare davanti a questo sterminato, immenso Vuoto che racchiude tutto.
E il Tutto diventa una cosa sola. Un pantesimo naturalistico che traspare ad ogni delicata inquadratura, ad ogni silenzio, ad ogni sguardo del protagonista. Che rimanda a qualcos'altro, ancora da venire, tramite un passaggio che non è mai punto d'arrivo. 
Come un cerchio che si chiude, senza una fine.

Il protagonista, tramite l'elevazione al piano dell'anima, cerca e trova un modo umanamente altissimo di andarsene. Con accettazione, serenità e pace.

"Quando tu guardi il mondo, cos'è che vedi?"











mercoledì 30 marzo 2011

La Bellezza della Provvisorietà.

E' un periodo - coincidente con l'inizio della Primavera, per la precisione - che ho così tanto sonno da non risucire a scrivere.
Dormirei sempre. A oltranza. Non mi alzerei dal letto nemmeno per mangiare.
Il cervello e le energie costantemente in Off.
In ufficio mi sento svenire. Attività sportive saltate a piedi pari.
Sfinita.

Indolenza. Pigrizia. Sonnolenza. Lentezza.

Nel mio stanco e onirico oblio primaverile mi chiedevo come potrebbe essere la vita quotidiana in ogni città del mondo: vorrei utopicamente provare un soggiorno di una settimana (figata, eh?) - un soggiorno non vacanziero - uno stralcio di vita alla Sliding Doors per intenderci. E testare come sarebbe la vita lì, in quel contesto, in quel momento, con quelle persone che il destino ti fa incontrare, con quella precisa attività che hai la fortuna di riuscire a intraprendere, con tutte le mancanze, le nostalgie, le opportunità, i cuori infranti, i sorrisi e le lacrime del caso.
Tutto ciò che riguarda il vivere quotidiano. Il sopravvivere alle incursioni. Alle tempeste e ai disastri. Il costruire un muretto sempre un po' più alto, mattoncino su mattoncino, con pazienza. E devozione. E determinazione.
In questo modo potrei vedere come sono i diversi soggiorni, potrei metterli a confronto e avere la possibilità di reinventarmi ogni volta. Evolvere o regredire. Imparare o insegnare.

Un po' come guardarsi vivere dall'esterno. Da fuori.

Quindi con occhio oggettivo. Distaccato.
Super partes.
(Che ce n'è bisogno di neutralità).

E dopo il confronto: scegliere.
Sarebbe più semplice vivere. (Considerando - non senza un certo rammarico - che mi sentirei unica artefice non solo delle mie gioie, ma anche delle mie sfighe).




Mi sono convinta.
Tra poco andro' in Farmacia a prendere una confezione formato famiglia di pappa reale e ginseng.


Pensando a una spiaggia.
Sole.
30° la massima.